Cambio vita

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Walter Lazzarin è un ragazzo di Rovigo che dopo aver lavorato per quattro anni come insegnante precario di filosofia e storia, ha deciso di rincorrere un sogno: girare le strade d’Italia per far riavvicinare le persone alla narrativa e quindi a tutti gli effetti essere uno scrittore per strada.

Ma che metodo ha usato per rendere possibile questa idea?

Semplicemente lo si può trovare seduto per la vie del nostro bel paese, armato di un trolley su cui poggia la sua preziosa macchina da scrivere Olivetti, dalla quale escono dei racconti che lui regala ai passanti, qualificandosi con una targa: “Scrittore per strada”.

Walter osserva le persone che gli passano davanti, a volte ascolta i loro discorsi e poi compone i suoi romanzi. Viaggia con la sua valigia piena di libri da vendere ed autografare e la sua macchina da scrivere che usa anche per dedicare brevi componimenti scritti al momento. Le persone incuriosite si avvicinano e, accorgendosi della bravura, comprano i suoi libri.

Walter Lazzarin

Mi ha molto colpito la storia di questo ragazzo che invece di aspettare che qualcuno lo scoprisse, rimanendo comodamente seduto a casa, inviando testi alle case editrici tramite un pc, ha iniziato a pubblicizzarsi da solo grazie alla sua creatività.

Vediamo insieme la sua storia che lo ha portato ad essere uno scrittore per strada.

Ciao Walter che studi hai fatto, qual è stata la tua formazione?

“Dopo il liceo scientifico mi sono iscritto ad Economia aziendale a Bologna, senza troppa convinzione; all’epoca mi interessava solo il calcio. Ho finito la triennale, poi mi sono preso un anno sabbatico.

E al ritorno dal mio viaggio tra Inghilterra e Irlanda, Grecia e Turchia, mi sono iscritto a Filosofia. Oltre alla seconda triennale ho preso la magistrale, a Padova, con lode.”

Dopo la laurea hai trovato subito un lavoro?

“Dopo la magistrale in Filosofia ho cercato lavoro come insegnante e l’ho trovato subito, però come precario. Bene ma non benissimo!”

Hai avuto il grande coraggio di abbandonare un lavoro, anche se precario, per realizzare un tuo sogno. Mi racconti qual è?

“Il mio sogno è di vivere con le storie che scrivo, senza occuparmi di altro e quindi essere uno scrittore per strada. Un sogno che per pochi anni è stato realtà e spero continuerà ancora in altre forme.”

Molte persone, anche se vorrebbero lasciare tutto e partire come hai fatto tu, hanno paura di uscire dalla propria comfort zone e di comunicare la decisione ai propri cari ed amici.

Tu come ci sei riuscito e quali sono state le reazioni?

“Mia mamma ha sempre assecondato e sostenuto le mie scelte, perciò con lei non ho mai avuto problemi. Per molti miei amici invece la mia idea era una cavolata, una bambinata.”

Come ti sei sentito ad abbandonare i tuoi affetti, per inseguire un sogno?

“La sera prima di partire ho festeggiato il compleanno ed ho fatto baldoria! Il giorno dopo in treno ero confuso, impaurito ma entusiasta.”

Innanzitutto spiegami qual è stato il progetto originario che ti ha portato ad allontanarti da casa.

“Per un anno ho meditato su quale potesse essere il modo migliore di unire le mie due passioni, cioè scrittura e viaggi; alla fine è venuto fuori lo “Scrittore per strada”.

L’idea era quella di girare per le vie e le piazze del paese con una macchina da scrivere, regalando racconti e vendendo copie dei miei libri.”

Walter Scrittore

Come è nata l’idea di promuovere i tuoi libri per strada?

“Dalle fiere del libro a cui avevo partecipato nel 2012. Avevo capito quanto fosse più facile che una persona acquistasse il tuo libro se prima ha la possibilità di conoscerti.”

Deve essere faticoso e stancante girare per l’Italia ed essere uno scrittore per strada, ma credo che la curiosità per la tua inusuale professione e l’affetto di molte persone che incontri sul tuo cammino sia qualcosa che ripaga di tutti gli sforzi, corretto?

“Sì, senza dubbio. I giri d’Italia mi hanno portato a conoscere un sacco di belle persone, alcune delle quali adesso sono amici.”

Tu hai composto anche tautogrammi. Cosa sono e quando ne hai sentito parlare per la prima volta?

“I tautogrammi sono testi in cui tutte le parole iniziano con la stessa lettera, cioè: componimenti costruiti con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti.

Ne ho sentito parlare per la prima volta nel 2011, in un blog letterario. Mi ci sono appassionato e nel 2012 ho pubblicato la mia prima raccolta di tautogrammi.”

So che hai scritto molti libri ed hai ricevuto anche dei premi, qual è il tuo genere di riferimento?

“Ciò che preferisco è scrivere romanzi di formazione.”

Scrittore per strada

Hai portato in scena anche uno spettacolo teatrale. Come è nato questo ulteriore progetto?

“È nato per caso. In un primo momento i tautogrammi che battevo a macchina li ricopiavo dal mio Kindle, ma così qualche passante sospettava che non fossero miei. Allora li ho imparati a memoria e ho iniziato a recitarli quando non avevo racconti pronti da regalare.

Molti mi chiedevano (e mi capita tuttora, sempre più spesso) se fossi anche un attore. No, era ed è la mia risposta. Però col tempo mi sono trovato a declamarli di fronte a sempre più persone e a saperne a memoria sempre di più e… insomma, ecco lo spettacolo di tautogrammi, con un racconto di cornice che li lega tutti insieme in un unico tema. In genere, l’amore.”

Non solo hai iniziato ad essere uno scrittore per strada, ma hai lavorato anche per la trasmissione “Dribbling sulla Rai.

Cosa facevi e come hai vissuto quel periodo?

“In Rai ci sono finito grazie a un articolo uscito su “Il Libraio”, un sito molto seguito. Un regista di Rai Sport l’ha letto e mi ha voluto intervistare, il suo capo ha visto il filmato e ha detto: Ma questo è bravo! E qualche mese dopo mi è stato proposto un contratto per partecipare come autore alla trasmissione “Dribbling“, su  Rai 2. Trasmissione storica a cui ero già affezionato.”

Quali emozioni hai provato quando hai visto che il tuo progetto, piano piano, si stava realizzando?

“Nei momenti di maggiore fortuna, ricevevo così tante email e richieste di amicizia su Facebook che era difficile gestire la mia vita tra strada e computer. Ero contento, ma non avevo mai un attimo di pace: galleggiavo stanco ma col sorriso.”

Fare una scelta così coraggiosa come la tua che ti ha portato ad essere uno scrittore per strada, può essere una soluzione per scappare da una vita lavorativa che non ci piace o bisogna pensarci bene prima di mollare tutto e partire?

“Bisogna pensarci bene, perché a volte va bene ma molto spesso no. Di solito ci sono noti solo i casi di successo, ma quelli in cui si cade sono mille volte di più. Bisogna essere sicuri di avere calcolato abbastanza bene pro e contro.”

Con il senno di poi, rifaresti le stesse scelte professionali?

“Ni. Diciamo che dovevo gestire meglio certe possibilità.”

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Sto studiando per il concorso docenti. Purtroppo il virus cattivo (Covid19) ha capovolto in peggio la mia vita e continuare a campare di sola arte è diventato, da marzo, per me quasi impossibile ma non bisogna mai perdere le speranze!”

Come ultima domanda ti chiedo se puoi dare qualche consiglio a chi desidera lasciare un lavoro che non lo soddisfa, ma ha ancora dei timori e dei dubbi su come procedere.

“È normale avere paura. Ma è anche da tenere a mente che siamo qui per provare, magari sbagliare e riprovare. Perdere o mollare un lavoro può essere un casino, ma a volte una possibilità. Direi che parecchio dipende dall’età. Sotto i 35, prendersi qualche rischio è quasi d’obbligo!”

Walter ha anche aperto anche un canale YouTube in cui ogni due o tre giorni prepara video in cui recita testi con tautogrammi o spiega la storia di alcuni personaggi famosi in modo divertente.

Vi consiglio assolutamente di guardare i suoi video che, essendo brevi, sono di facile visione e comprensione ed anche molto divertenti.

 

Seguite “Uno scrittore per strada” sul suo blog e sui canali social:

http://scrittoreperstrada.blogspot.com/

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Quella che vi racconto, è l’avvincente storia di un ragazzo che da Torre del Greco in Campania è riuscito ad aprire una web agency in Polonia.

Partiamo da lontano. Qual è stata la tua formazione?

Sono nato a Torre del Greco e fin da piccolo ero appassionato di costruzioni Lego, interesse che piano piano mi ha portato alla passione per l’informatica. Ti racconto subito una curiosità: mi hanno fatto saltare il primo anno di elementari perché sapevo già leggere e scrivere quindi ho iniziato subito dalla seconda e dall’età di sette anni ho iniziato a programmare, copiando lettera per lettera interi listati di programmi.

All’epoca non possedevo un Commodor o Amiga computer di moda a quei tempi, ma un Amstrad CPC 6128 a fosfori verdi in cui potevo inserire solo dei floppy disk che non si trovavano sul mercato, perché erano fuori standard. Ma non per questo mi sono abbattuto, anzi, ho ricopiato letteralmente dalle riviste di informatica i programmi scritti in Basic per creare dei giochi per pc e dai dieci anni in poi ho iniziato a trovare soluzioni ai problemi di programmazione che mi si presentavano e con il tempo ho iniziato anche a programmare dei piccoli dispositivi Ho cominciato ad amare sempre di più il mondo dell’informatica, non c’è mai stato nulla di più interessante per me che fare il programmatore, risolvere i problemi e godere dei risultati che riuscivo ad ottenere.

Web Agency

Nelle scuole medie eccellevo nelle materie matematico-scientifiche ed alle superiori ho scelto l’ITIS istituto tecnico industriale con specializzazione informatica, dove mi sono diplomato con ottimi voti e con il titolo aggiuntivo di capo tecnico. Già dal mese di giugno dell’ultimo anno di superiori prima di fare l’esame di stato, ho iniziato ad inviare curriculum in tutta Italia perché, essendo presto orfano di padre, avevo bisogno di lavorare.

Così sono stato subito contattato da due aziende molto diverse tra loro: una era di robotica sita in Bologna, l’altra era la Volkswagen in Germania. Ho rifiutato quest’ultima offerta per paura di trasferirmi all’estero da solo a 18 anni. Dopo poco ho ottenuto riposta positiva da una piccolissima azienda che si trovava a Torre Annunziata. Così anche per stare più vicino a mia mamma, ho deciso di accettare questa opportunità.

La mia carriera è decollata però, quando sono entrato in una delle più grandi multinazionali della consulenza. Dal 2000 al 2013 grazie a questa opportunità, ho collaborato con aziende molto importanti.

Cosa provavi nello svolgere tutti i giorni la stessa mansione?

Come dipendente sono stato incentivato dalla mia azienda a crescere per i primi cinque anni, nei quali ho imparato molte nozioni su nuove tecnologie. Ho dedicato tempo alla formazione seguendo vari corsi tecnici.

Torre del Greco ufficio

Ero molto soddisfatto, ma dopo i primi anni l’azienda ha capito che potevo lavorare bene anche senza corsi di aggiornamento e quindi mi hanno offerto posti di maggior prestigio, senza darmi i mezzi e la possibilità di imparare nuove nozioni. In pratica ho dovuto arrangiarmi!

Nonostante producessi ottimi risultati tanto da ottenere la posizione di team leader non ero soddisfatto, perché non imparavo più nulla. Mi ero costruito una gabbia dorata dove all’interno di questa azienda ero rinomato, avevo una mia posizione, ero rispettato e stimato però personalmente non ero più felice.

Quando hai pensato di metterti in proprio?

Nel 2011 ho sentito crescere un forte desiderio di cambiamento. Si faceva strada in me l’idea di abbandonare un impiego in cui ero costretto ad andare in ufficio dalle nove alle sette di sera tutti i giorni e che prevedeva lunghi periodi lontano da casa a causa di trasferte in giro per l’Italia. Ho parlato con le risorse umane dell’azienda spiegando le mie ragioni, ma non sono stati in grado di capire le mie esigenze e valorizzarmi. Così preso coscienza che se l’azienda non volesse continuare a formarmi, l’unica alternativa era quella di cominciare a seguire corsi di aggiornamento da solo. Ho ripreso letteralmente i libri in mano, mi sono iscritto a molti corsi e mi sono rimesso a studiare come se avessi cominciato da zero.

Così dal 2011 al 2013 anche se ero dipendente, la sera quando tornavo da lavoro e durante i weekend prendevo carta e penna e studiavo quattro o cinque ore di seguito. Mi sono costruito a casa un ambiente per riuscire a sviluppare siti internet ed ho imparato da solo vari linguaggi di programmazione.

Quindi sei riuscito a metterti in proprio?

Dopo anni di formazione ho capito che avevo abbastanza skills, da provare a dare inizio ad una mia attività in proprio.

Così nel 2013 ho compiuto una scelta radicale. Mi sono trasferito all’estero ed ho aperto una web agency in Polonia.

Anche se ammetto che è stato un passo difficilissimo da compiere, ero molto felice.

StudioTopWeb

Hai dovuto affrontare la stessa burocrazia che ritroviamo in Italia?

Burocraticamente aprire la mia attività in Polonia è stato molto più facile che in Italia. Mi sono semplicemente recato dal commercialista con un foglio A4 e ne sono uscito con un Post-it!

Quali difficoltà hai incontrato all’inizio nel far conoscere il tuo business?

La parte più difficile è stata quella commerciale ovvero cercare clienti, creare la rete di contatti e di collaboratori necessari per espandere l’attività. All’inizio, poiché non disponevo di un grosso budget, non potevo creare campagne pubblicitarie quindi il primo anno sono riuscito a farmi conoscere, con difficoltà, solo grazie al passaparola.

Dal 2014 al 2015 ho iniziato a comprendere che c’era un problema di fondo: ero tecnicamente molto forte, ma mancava un aspetto fondamentale il marketing. Così mi sono iscritto a dei corsi grazie ai quali ho capito ciò non andava nelle mie tecniche di vendita, ho rivisto la mia struttura aziendale, le mie priorità e il mio piano marketing.

Grazie a tutte queste azioni migliorative, da inizio 2016 finalmente è esplosa la mia attività.

Hai aperto una web agency in Polonia, mi spieghi meglio di che cosa si tratta?

Il mio studio si chiama “StudioTopWeb“. Realizziamo sistemi digitali di acquisizione clienti, attraverso gli strumenti professionali che il web marketing mette a disposizione per micro e macro aziende. Lavoriamo per ristoratori, artisti, avvocati commercialisti…

A differenza di altre agenzie che si basano su insegnamenti puramente teorici, noi progettiamo e realizziamo il sistema cucito su misura per la realtà professionale del cliente, utilizzando i migliori strumenti tecnologici e le corrette pratiche del digital marketing.  

Analizziamo la situazione, stiliamo un piano di marketing strategico, creiamo contenuti per la pubblicazione nelle relative piattaforme. Si genera in questo modo una crescita di contatti ed un incremento di followers sulle pagine social.

Tu sei una persona solare e positiva. Da dove nasce questo ottimismo?

 La mia intraprendenza nasce dal fatto che mio padre è mancato molto presto quando avevo sette anni. Questo mi ha fatto crescere più in fretta degli altri ragazzi, perché non potevo fare affidamento su nessuno, solo su me stesso. Ho capito che la morte è una forte componente della vita e che tutto passa in fretta e domani potremmo anche non esserci più. Così mi sono posto una semplice domanda: “Perché viviamo? Per essere tristi?”. La risposta secondo me è: “Bisogna provare a vivere bene e realizzarsi professionalmente, per morire felici!!”.

Sono dell’idea che noi siamo nati su questo pianeta per essere appagati e soddisfatti. Quindi dobbiamo usare tutte le possibilità che abbiamo e se non ci sono, bisogna crearsele, perché le potenzialità sono presenti in ognuno di noi. Bisogna realizzare un ambiente in cui riuscire ad emergere, a fiorire. Ho attraversato diverse situazioni difficili e non ho mai mollato, perché solo affrontando le difficoltà si diventa più forti. Ad un certo punto si diventa come un muro di gomma che rimbalza gli inconvenienti per andare dritto verso la meta.

Tutto arriva per un motivo, tutto se ne va per una ragione. Quanto più si è aperti al cambiamento, più si vive in maniera serena e si riesce ad affrontare sia le situazioni positive che quelle negative.

Aperti al cambiamento

Ti faccio degli esempi. Non sono riuscito a chiudere un contratto con un cliente, non importa, magari era solo una perdita di tempo, meglio cercarne un altro. Sono riuscito a monetizzare un lavoro con un cliente piccolino anche se non ci guadagno molto, può darsi che da questa storia imparerò qualcosa che mi servirà per la prossima volta. Non riesco a portare a termine una mansione, proviamo in un altro modo. Non ci riesco ripetutamente, forse è il segno che non è la strada da percorrere.

A volte mi faccio guidare dal destino, dai segnali, seguo la risposta del mondo a ciò che sto facendo. Se non deve andare non va, non la forzo! Se invece una situazione si realizza senza intoppi allora era la cosa giusta da fare. Sono concetti semplici, forse anche banali ma mi hanno cambiato la vita in maniera positiva.

Bisogna capire che sia i successi che i fallimenti dipendono da noi, che ogni situazione ci può insegnare qualcosa, che la realtà si può indirizzare e vedere il sistema che risposta fornisce. A una data azione corrisponde sempre una conseguente reazione. Studiando i segnali si può capire se quella determinata situazione andrà a buon fine oppure no. Poi bisogna aggiungere la parte psicologica analizzando sé stessi e ammettendo in maniera sincera ciò che ognuno non è in grado di fare.

Spesso le persone hanno difficoltà a capire qual è il loro scopo nella vita. In realtà i Giapponesi intorno a questo argomento hanno inventato un diagramma che si chiama Ikigai per scoprire che cosa si vuole fare veramente. Per capirlo in modo sicuro bisogna considerare vari aspetti quali: le proprie abilità, conoscenze e competenze, solo così si potrà capire quale sia il lavoro giusto per noi. Quando le persone realizzano il proprio scopo cioè quello per cui sono nate o per cui hanno studiato e si sono formate, incredibilmente tutto fluisce in modo semplice senza intoppi. Ne è riprova il fatto che se si prova a compiere azioni contro natura, diventa tutto molto difficile ed è quindi un segno che quella cosa non si debba fare.

Altro concetto fondamentale è la resilienza termine che indica la tendenza a continuare a cercare la destinazione corretta della propria vita senza arrendersi o fermarsi. Questo è l’atteggiamento che porta al successo. Bisogna inoltre cercare di migliorarsi in continuazione, facendosi guidare da quella che è la risposta dell’ambiente alle proprie decisioni. Se si riesce ad entrare in questo flusso di idee, se ne esce vincitori!! Io ci ho messo 40 anni per capire questa verità e sto cercando di insegnarla ai miei figli perché se riescono a comprenderla, saranno adulti soddisfatti. Questa è la chiave della felicità.

Top Web

Bisogna anche essere pronti per comprendere questa idea e metterla in pratica, perché non tutti riescono ad apprendere i concetti nel momento in cui servono. Questo l’ho provato anch’io perché nella mia vita ho conosciuto persone che mi hanno dato ottimi consigli, ma non li ho saputi accogliere e mettere in pratica, forse perché non era il momento giusto di seguirli, non ero così maturo da comprenderli veramente.

Siamo un po’ tutti superoi specialmente quando compiamo scelte faticose per il nostro futuro. Ma in realtà quali sono le scelte difficili? Quelle fatte con il cuore, quelle che ti fanno stare bene? Le scelte difficili sono quelle che vanno contro al cuore. Per cui se facciamo scelte che ci rendono felici saranno sempre quelle giuste!

A questo punto ti chiedo: sei felice?

 Si sono felicissimo della mia scelta e la rifarei altre migliaia di volte!! Sono passi difficili, sofferti, soprattutto per me che ero un dipendente a tempo indeterminato e sarei potuto rimanere tranquillamente nella mia posizione. Ma so per certo che avrei sofferto tutti i giorni le pene dell’inferno e mi sarei autodistrutto psicologicamente.

Ho rischiato e sono felice di averlo fatto, perché sono arrivate le soddisfazioni. Sapevo che sarei andato incontro a tanto lavoro, però non ho mai avuto paura. I primi due anni ho lavorato fino a 14 ore al giorno weekend compresi, sacrificando anche la mia vita famigliare. Non mi sono mai arreso perché non avevo una seconda opportunità o ci riuscivo o me ne dovevo tornare in Italia, sconfitto.

Una domanda che non ti ho ancora fatto: e’ stato difficile trasferirsi in un paese straniero?

Dopo i primi tempi in cui mi sono dovuto ambientare e dopo essere riuscito a realizzare il mio sogno di lavorare in maniera autonoma, ho trovato anche il tempo per sviluppare passioni che già avevo quando vivevo in Italia. Questo è stato un modo per portare un po’ di cultura italiana in Polonia.

Io suono la chitarrae il mio repertorio è composto dalle canzoni anni ’70-’80 dei cantautori italiani quali Celentano, Ricchi e Poveri, Pupo, Toto Cutugno, che qui sono conosciute e piacciono molto.

Top Web music

Questa è un’altra attività che sono riuscito a coltivare dal momento in cui mi sono liberato dalla schiavitù lavorativa aziendale, visto che quando facevo il dipendente avevo giusto il tempo per dormire!

Quali sono i tuoi progetti futuri?

 Il mio progetto principale è di assumere qualche collaboratore esterno, perché ora mi sto appoggiando solo a persone che hanno già una partita iva. Vorrei inserirle fisse nel mio organico e quindi dare la possibilità a loro di lavorare solo per me con uno stipendio commisurato alle loro capacità.

Quale consiglio daresti a chi è insoddisfatto della propria condizione lavorativa e vorrebbe mettersi in proprio?

 Il mio consiglio è di realizzare un piano imprenditoriale con un occhio agli industriali che lo hanno già fatto. Studiate i competitors e fatelo nel dettaglio. I particolari sono tutto e fanno la differenza.

Abbiate un’idea precisa di chi volete diventare. Studiate il mercato per capire quando guadagno potete ottenere. Fate un elenco delle spese che avrete, parlate con gli esperti del settore perché per aprire un’azienda servono dei professionisti seri a cui rivolgersi. Bisogna cercare di creare una rete di contatti che forniscano il giusto supporto. Bisogna appoggiarsi ad un ottimo commercialista ad un avvocato di fiducia che rediga contratti, conoscere il mondo delle banche per avere un fido. Prima di aprire l’attività, serve fare un ottimo business plan che analizzi rischi e benefici.

Fondamentale è avere una voglia immensa di vincere e riuscire a raggiungere l’obiettivo, sapendo in anticipo che si incontreranno una miriade di complicazioni. Ma quando si ha la voglia di oltrepassare i problemi, allora la strada per il successo è tutta in discesa. Una attività in proprio porta delle criticità ma anche nuove opportunità ed avventure.

Se volete seguire l’attività dello StudioTopWeb sui social, cliccate i seguenti link:

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Che studi ha intrapreso?

“Ho frequentato la scuola enologica di Alba e sono enotecnico specializzato in viticoltura ed enologia.”

Qual è la sua professione principale?

“Io vivo nelle Langhe in Piemonte e più precisamente a Treiso un paesino che si trova ad 8 chilometri da Alba. Di professione faccio l’enotecnico e lavoro in una cantina.

Nel 2012 grazie ad un ampio bagaglio di conoscenze tecniche, ho aperto insieme a mia sorella e a mio cognato una cantina vinicola di nostra proprietà che si chiama “Cascina Rabaglio”, nella quale produciamo i vini classici di questa zona: Barbaresco, Nebbiolo, Barbera e come bianchi il Riesling e l’Arneis.

Da un anno e mezzo ho dato vita ad un altro progetto che spero possa svilupparsi negli anni a venire, perché è un mio sogno nel cassetto ed ha come tema il mondo dei tartufi.”

Mi spieghi come è nata la passione per i tartufi?

“Da giovane accompagnavo mio nonno alla ricerca di quello strano fungo che oggi ha acquistato molta celebrità. Mi piaceva uscire con lui, respirare il profumo del bosco e vedere il cane che all’improvviso correva verso una quercia secolare e scavava. Allora non capivo bene che cosa fosse il tartufo, ma mi piaceva tutta quella strana esperienza e il contatto con la natura. Così da adulto ho deciso di portare avanti quella tradizione, ho studiato e nel 2019 ho passato l’esame e sono stato certificato come cercatore di tartufo dalla Regione Piemonte.

Cascina Rabaglio

Andare per tartufi di per sé è un’attività “semplice” se si possiede un cane buono e già addestrato, però la dedizione nella ricerca è un’altra cosa.”

Prima mi ha accennato ad un progetto che rappresenta il suo sogno nel cassetto. In che cosa consiste?

“Il progetto si chiama La Luna di Dori. Consiste nella valorizzazione del nostro territorio attraverso la riscoperta dell’antica tradizione langarola della ricerca dei tartufi nel bosco, organizzando delle vere e proprie perlustrazioni con curiosi o appassionati di tartufi, facendoli scavare, annusando la terra, sporcandosi le mani e alla fine apprezzando questo prezioso dono. La giornata inizia nel bosco con una spiegazione di tutto ciò che riguarda il mondo del tartufo, il suo sviluppo, la figura del trifulau, l’addestramento dei cani e poi si inizia con la vera e propria esplorazione delle zone boschive. Spiego inoltre la differenza tra il tartufo nero e quello bianco d’Alba. Innanzitutto è diverso il colore esterno. Inoltre il tartufo bianco non è coltivabile, si sviluppa meno rispetto al nero e solo in determinate aree. Per questo ha ottenuto nel tempo un gran prestigio e noi lo consideriamo come un diamante. Inoltre il tartufo bianco d’Alba è ormai molto difficile da trovare sia a causa del cambiamento degli habitat naturali, sia a causa della corilicoltura ovvero la coltivazione intensiva dell’albero di nocciole che ha diminuito in modo sensibile le zone di raccolta del tartufo.

La Luna di Dori

Poiché tengo molto alla salvaguardia del territorio ho iniziato a scopo amatoriale a produrre tappi di piante micorizzate che tramite uno specifico procedimento e in determinate condizioni, climi ed esposizioni, possono produrre il tartufo nero. Questo per incentivare ancora di più il turismo in vari momenti dell’anno non solo durante la fiera del tartufo bianco d’Alba.”

Da dove deriva il nome del progetto “La Luna di Dori?”

“Dori è la mia cagnetta, il mio tabui e la luna è un elemento essenziale perché ci accompagna di notte ed illumina il nostro cammino. Infatti nei giorni di luna piena, anche senza luci, si può girare il bosco in tranquillità. Inoltre le fasi lunari influenzano lo sviluppo del tartufo. Per esempio in luna crescente se ci sono favorevoli condizioni climatiche il suo sviluppo è più favorito perché il tartufo è un fungo ipogeo in quanto si trova sotto terra.

Se conteggiamo i giorni del calendario lunare, potremo riuscire a calcolare i giorni di massimo sviluppo e se ci troviamo proprio in ricerca quella notte, potremmo essere più fortunati nella raccolta.”

Che rapporto ha con i suoi cani?

“Io non li chiamo neanche cani. E poiché che ci troviamo in Piemonte possiamo definirci un trifulau con il suo tabui. Ne ho molti con caratteri e modi di fare diversi ed ho con loro un rapporto quasi vitale. Per esempio la mia cagnetta Dori ha quasi cinque anni e l’addestro personalmente quasi tutti i giorni, anche se ormai lei conosce il procedimento di ricerca. Invece l’altra cucciola ha un anno e si chiama Mia. Ovviamente non pretendo che sia esperta come Dori perché è giovane e non ha ancora vissuto tante annate di raccolta. Per i cani è un gioco andare a cercare tartufi, quindi bisogna essere bravi ad instaurare tra animale e uomo una sensazione di piacere perché in questo modo loro si divertono. Ci sono persone che usano delle pratiche irrispettose di addestramento perché vogliono accorciare questo periodo e così adottano un rapporto scorretto nei confronti dei loro cani. Non è un atteggiamento che accetto, perché i cani devono stare bene per trovare dei buoni tartufi.”

Lei partecipa a qualche fiera per vendere i suoi prodotti?

“Ad Alba c’è un grosso mercato del tartufo che riunisce trifulau e negozianti. Naturalmente il commerciante compra e vende con un giusto un sovrapprezzo. Invece il mio progetto prevede di vendere direttamente il prodotto del trifulau al cliente con tutto un altro prezzo rispetto a quello del commerciante.

Tartufo

Praticamente una vendita a km zero, dal produttore al consumatore. Ho già anche iniziato ad usare i social per creare un rapporto personale con la gente che mi segue e che vuole comprare dei tartufi, ma ha bisogno di qualche consiglio.”

Lei vuole espandere la conoscenza del tartufo oltre i confini italiani, corretto?

“Certamente. Il nostro progetto consiste nell’illustrare tutta l’attività che si nasconde dietro alla raccolta del tartufo anche agli stranieri. Infatti sono in contatto con persone che vivono in Germania, Belgio, Stati Uniti che sono appassionati di questo mondo e lo considerano misterioso. Proprio per questo con un minimo sovrapprezzo ed una settimana di preavviso, offro la possibilità di effettuare il tour in inglese con il supporto di un traduttore.”

Qual è il suo obiettivo principale?

“Il mio obiettivo è quello di incentivare le persone a conoscere il prodotto che vanno a comprare. Ci sono vari tipi di tartufi che si trovano in tutta Italia. Per conoscere le varie realtà, io per primo sono in contatto con altri trifulau sparsi per il nostro bel paese. Infatti non penso assolutamente che i tartufi che vengono da fuori Langa non siano buoni ma sono sicuramente diversi, aspetto che voglio far capire alle persone. In base al terreno in cui si sviluppa il tartufo può dare prodotti diversi, anche se noi appassionati ne riconosciamo subito la provenienza.

Un’altra peculiarità che voglio mettere in risalto è che il tartufo bianco è un oro nascosto che non può soddisfare tutte le richieste, in quanto presente nel nostro territorio in minima quantità. Infatti ciò che non considero corretto è pagare un tartufo bianco al prezzo di un altro tartufo bianco che proviene da una zona in cui la ricerca è molto più sviluppata e in cui ci sono molti più boschi. Ogni tartufo quando viene venduto dovrebbe avere un cartellino con l’indicazione della provenienza, perché gamme di prezzo diverse, potrebbero anche incentivare l’acquisto da parte di persone che magari non vogliono spendere cifre altissime per mangiare un tartufo bianco durante la fiera del tartufo d’Alba .”

Mi racconta la sua giornata “tipo” alla ricerca dei tartufi?

“La raccolta inizia verso il 15-20 di ottobre. Io solitamente parto di mattina con il cucciolo più giovane, poi si fanno dei turni con i cani più esperti andando avanti quasi tutta la notte. Infatti di notte i cani non sono disturbati, non ci sono persone né rumori e l’emanazione dell’odore del tartufo è migliore, perché non c’è aria e neanche il sole.”

Nella vostra cantina organizzate degli eventi particolari. Me li illustra?

“Nella mia piccola cantina organizzo delle degustazioni nelle quali illustro le caratteristiche dei vini e poi accosto l’assaggio dei veri tartufi d’Alba oppure porto i clienti direttamente nel bosco, spiego quali sono le tracce perché per un tartufaio è semplice vederle, invece per chi viene dalla città non è facile e facciamo delle belle ricerche nel bosco sempre rispettando gli animali che lo abitano e fornisco anche delle nozioni di base sulle piante, sui terreni quindi tutto quello che è lo sviluppo del tartufo in base al territorio.

Bosco

E’ molto importante incentivare l’agricoltura perché fa vivere le persone, ma è anche importante preservare il territorio e il bosco che serve per i tartufai ma anche agli animali per nascondersi, riprodursi e dormire spiegando quali azioni intraprendere per salvaguardarlo. Durante un evento in cui abbiamo abbinato vini e tartufo abbiamo anche presentato una nuova app che si chiama “Tabui” ed è un raccoglitore di indicazioni per aiutare il visitatore a muoversi e a conoscere il territorio delle Langhe che è ancora una zona in gran parte da scoprire.”

Le piace vivere in campagna?

“I miei nonni vivevano senza riscaldamento con la stufa a legna in casa, con l’acqua che a volte non arrivava, non possedevano tutti i comfort che abbiamo adesso quindi possiamo ritenerci già fortunati. Però quando nevica e viene un metro di neve con tutta la tecnologia che abbiamo, se manca la corrente non possiamo neanche ricaricare il telefono. Nonostante questo a me piace abitare qui e non so se riuscirei a vivere in un altro luogo.” 

Consiglierebbe di aprire un’attività in proprio come sta facendo lei? Che cosa si prova?

“Sono sensazioni bellissime. La soddisfazione di aver dato inizio ad un qualcosa che prima non c’era e che con la sua creazione può dare sostentamento a sé stessi ed aiuto, esempio, passione ad altre persone non è paragonabile a nessun’altra emozione. Quando qualcuno lavora per qualcun altro, i meriti sono sempre del datore di lavoro anche se il dipendente ha dato l’anima ed anche se il padrone è il più bravo del mondo! Invece aprire un vino che ho imbottigliato io, è una grande soddisfazione. Andare a cercare tartufi con un cane che ho preso cucciolo ed addestrato, è una grande gioia. Il primo tartufo bianco che ho trovato, lo ricorderò per tutta la vita. Un altro ricordo che mi ha regalato felicità è quello di un bambino arrivato da una grande città estera, che ha messo le mani nel terreno e poi le adorate perché non aveva mai sentito il profumo della terra ed era stupefatto perché per lui era una cosa nuova. Quindi mi sono reso conto che sensazioni che per me sono all’ordine del giorno, per altri sono sconosciute. Un’ altra soddisfazione sono state le mie prime piante micorizzate che ho prodotto tre anni fa. Ci sono vivai che lo fanno per professione, io invece lo faccio per passione per fare tartufaie coltivate e per mostrare alle persone che alcune piante come roverella, carpino, pino possono produrre i tartufi.

Cani da tartufo

Nei viali delle città del tartufo dovrebbero piantare tutte piante micorizzate come hanno fatto in alcuni parchi di Alba. Desidero inoltre dare vita ad un progetto in cui spiego i passaggi per creare piante micorizzate a partire dalla ghianda per arrivare alla pianta e all’impianto della pianta. Tutti questi procedimenti richiedono tempo perché sono lenti. Per esempio i semi di un tiglio germinano dopo due anni quindi qualcuno può pensare che dovrei comprarli già alti due metri, ma la soddisfazione di vederli crescere restituisce una sensazione speciale. Faccio un esempio, partendo da una roverella. In primo luogo deve essere tutto sterile dal seme alla terra, al vasetto, alla serra, all’acqua. Quindi si mette a germogliare e quando la ghianda germina si va con un inoculo di tartufo macerato nell’acqua e decongelato a bagnare con questa soluzione e se si ha fortuna la spora si va ad attaccare alla radice e la micorizza e in futuro in determinate condizioni potrebbe dare il tartufo nero perché il bianco non è micorizzabile. Io mi sono iscritto a diversi gruppi di micorizzatori e di vivai e ancora adesso sto facendo degli esperimenti. Ogni tanto sbaglio, a volte riprovo perché sono ancora agli inizi ed ogni tentativo che va a buon fine, per me è una grossa soddisfazione.”

Il suo ultimo consiglio!

“Se qualcuno vuole dare inizio ad una nuova attività imprenditoriale deve anche arrivare con delle idee innovative e cercare di svilupparle anche se il futuro di un’attività non è mai certo.”

 

Se volete scoprire di più sul mondo del tartufi, recatevi sulla pagina internet della Luna di Dori:

www.francescamo.it/la-luna-di-dori-truffle/

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Andrea Loreni il funambolo più famoso d’Italia

Quella che vi racconto è la storia di Andrea Loreni il funambolo sospeso tra cielo e terra l’unico acrobata italiano esperto in traversate a grandi altezze.

Ciao Andrea partiamo da lontano, mi racconti la vita che conducevi da piccolo?

“Alcuni dati biografici: sono nato a Torino nel 1975, ho frequentato l’asilo a Villardora e le elementari a Cuorgnè ed ho così vissuto molti anni nel Canavese.

La mia vita da piccolo è trascorsa serenamente fino alla separazione dei miei genitori, motivo per cui mia mamma ha deciso di trasferirsi a Cuorgnè ed avvalersi dell’aiuto della sua famiglia negli anni critici della mia crescita. Questo distacco mi ha provocato molta collera, tanto che questa rabbia è rimasta come cifra durante tutto il mio sviluppo, ma non è stato solo un momento negativo perché mi ha fornito anche molti spunti per riflettere.”

Andrea Loreni

Qual è stata la tua formazione, che studi hai fatto?

“Ho frequentato il liceo scientifico a Rivarolo e poi mi sono laureato in filosofia teoretica a Torino.

In seguito ho approfondito le tecniche del circo contemporaneo, iscrivendomi alla scuola Flic e al Circus Space di Londra.”

Dopo la laurea hai subito trovato lavoro?

“In realtà, se si esclude un mesetto passato a Londra a fare il lavapiatti, durante l’ultimo anno di Università nel 1999 ho cominciato a fare teatro di strada utilizzando tecniche varie, tra le quali teatro, giocoleria, tecniche del circo e camminata sul cavo basso. Ho iniziato a fare spettacoli e non ho più smesso!”

Infatti ad evidenza del suo impegno nel 2005 riceve il premio “Torototela” della Regione Piemonte per l’innovazione e la valorizzazione del teatro di strada.

Inoltre Andrea nella sua carriera ha stabilito vari records che lo hanno portato a diventare il funambolo più conosciuto d’Italia, ne elenco alcuni.

Nel 2006 realizza il suo primo spettacolo di funambolismo con attraversata del fiume Po a Chivasso.

Dal 2008 si dedica alle camminate su cavo a grandi altezze e alle lunghe attraversate.

Nel 2011 stabilisce il record italiano di camminata su cavo teso tra i colli di Penna e Billi: 250 metri di lunghezza 90 metri di altezza.

Nel 2013 realizza la traversata su acqua più lunga sul fiume Adda: 220 metri di altezza e sempre in questo anno la traversata più alta tra i picchi montana di Rocca Sbarua: 160 metri di altezza.

Nel 2017 è il primo funambolo a camminare su corda all’interno di un tempio Zen a Okayama in Giappone.

Così Andrea Loreni si è guadagnato da definizione di funambolo sospeso tra cielo e terra.

Che cos’è il funambolismo per te? Da dove è nata la passione per quest’arte?

“Per me è una via, una continua ricerca ma soprattutto un passo del mio cammino di vita che mi ha dato molto e mi sta continuando ad offrire tante opportunità.

Essere funambolo in realtà non lo definirei come una passione ma è la mia missione, perché sono stato chiamato a quella strada da una serie di avvenimenti apparentemente casuali; mi ci sono trovato e la sto percorrendo.

Non vorrei deludere le aspettative del mio pubblico, ma fare il funambolo non è la concretizzazione di un sogno e nessuno mi ha mai spiegato che poteva diventare una carriera. La sento come una parte del mio cammino di realizzazione, ma non è una realizzazione definitiva.”

Essere funambolo in realtà non lo definirei come una passione

Come fai ad allestire i tuoi percorsi?

“Ci sono diverse tecniche perché dipende dalla complessità e da cosa c’è sotto. Io lavoro sempre con team di 4-5 ragazzi che conosco, perché hanno delle competenze specifiche. 

Tecnicamente il modo più semplice è tirare un cavo a terra tra i due punti e poi sollevare capo e coda del cavo e metterlo in tiro. Quando non è possibile usare questo metodo perché c’è sotto un fiume o un lago da attraversare, dobbiamo allestire una specie di teleferica con una corda di nylon più leggera attraverso la quale riusciamo a passare anche sopra i tetti o sopra un corso d’acqua e poi sotto questa teleferica passiamo il cavo d’acciaio.

A volte i montaggi sono parecchio complessi e possono richiedere settimane di tempo. La parte tecnica di montaggio l’ho studiata da solo, come ho imparato in modo autonomo a camminare sul cavo grazie all’esperienza.”

cammino di vita

Quando sei sospeso sul cavo, a che cosa pensi?

“I pensieri sono veramente tanti però, in qualche modo, il punto è non prestare attenzione ad essi. Per me è abbastanza naturale entrare in una modalità di non ascolto, perché i pensieri cercano sempre di trascinarti via dal momento in cui ti trovi e riportarti al passato o al futuro tramite dubbi o domande, invece per quando mi riguarda è fondamentale rimanere dove sono, essere concentrato e porre attenzione ai passi che sto facendo.

Tra le emozioni che provo ci sono innanzitutto libertà e gioia, ma anche paura e solitudine sentimento abbastanza forte nel corso delle camminate. Inoltre quando durante la traversata si abbassano le difese, mi sento molto esposto e questo da una parte produce paura, dall’altra genera un senso di connessione con quello che mi circonda. Questa unità porta anche una bella sensazione di pace e di armonia.”

Che relazione hai con il caos e con il silenzio?

“Se io durante le traversate cercassi il silenzio come assenza di suoni sarebbe un bel problema, perché è quasi impossibile ottenerlo. Se diventassi dipendente da esso non riuscirei a camminare perché sarei continuamente distratto, quindi il silenzio è una sorta di sfondo che permette a tutti i rumori di essere.

Il caos invece è un necessario accogliere rumori su uno sfondo di silenzio. Non lo posso definire ordine ma un’assenza in cui le cose che devono succedere, accadono. Sul cavo è necessario lavorare sull’accoglienza, sull’ ospitalità di ciò che capita per non perdere la concentrazione.”

Il caos invece è un necessario accogliere rumori

Com’è il rapporto con gli spettatori che ti guardano?

“Il pubblico rappresenta per me un aiuto notevole. Io sono un performer, faccio spettacolo quindi è mio dovere avere un’attenzione verso chi mi guarda. Provo anche gratitudine verso di loro perché giunti apposta per ammirare il mio spettacolo, quindi al di là o meno del fatto che io riesca a comunicare qualcosa, cerco di essere aperto verso il pubblico.

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, quando cammino sul cavo non sono chiuso in una bolla ed isolato ma sono totalmente calato nella realtà che sto vivendo, spettatori compresi. Percepisco il senso di attesa espresso attraverso il silenzio e non solo mi fa piacere che mi guardino, ma sono anche appagato nel momento finale in cui sento gli applausi.

Molta è la differenza con i primi spettacoli di strada in cui ci si metteva in cerchio e ci creava una confidenza molto personale, ora il rapporto è più sfumato visto che tra me e il pubblico c’è una lontananza fisica. Io però percepisco ugualmente una forte connessione ed alle volte, dopo la camminata, riesco a parlare con qualcuno avere un confronto e sento che si immedesimano in quello che faccio, alcuni lo identificano con la strada da intraprendere, altri con il coraggio perché intravedono qualcosa di proprio in queste camminate.”

tra me e il pubblico c’è una lontananza fisica

Sei formatore, speaker e hai dato vita a laboratori teorici ed esperenziali su vari temi, me ne parli?

“Le strategie che ho sviluppato nel mio lavoro, tornano utili in altre attraversate: quelle della vita. Dopo tanti anni passati sul cavo a gestire emozioni diverse, credo sia arrivata l’ora di utilizzare la mia esperienza mettendola a servizio di altre persone. Per questo mi sto dedicando al mondo della formazione in cui mi occupo non solo dell’insegnamento del cavo, ma anche di formazione aziendale, team building e coaching. Le attraversate provocano sensazioni di stress, pressione psicologica e paura, tutte emozioni contenute nelle materie che insegno. Sono inoltre temi cari alle aziende, che spesso mi chiedono di fare formazione tramite corsi o talk.

Inoltre tengo dei laboratori brevi che appartengono al programma Wires Crossed Italia un progetto europeo di circo sociale che permette di avvicinare neofiti, curiosi appassionati e professionisti al funambolismo inteso come strumento di benessere e crescita.

mi sto dedicando al mondo della formazione

Hai iniziato una collaborazione con il centro studi di funambolismo a Bruxelles, corretto?

“Si giusto. Nasce da qui il progetto Wires Crossed Europe che prevedeva un grosso evento ad agosto 2020 a Galway in Irlanda, che purtroppo per questioni di pandemia è stato rimandato. Si doveva svolgere una traversata da parte di 400 funamboli provenienti da tutta Europa per un totale di 2020 minuti cioè più di 36 ore ed io avrei dovuto essere responsabile del team Italia. Speriamo che questo evento si possa svolgere nei prossimi anni e nel frattempo sto preparando i funamboli italiani alle camminate sul cavo.

L’idea è poi creare qui in Italia in collaborazione con la dottoressa Giulia Schiavone e l’Università Milano Bicocca un centro di ricerca sul funambolismo che, tramite un comitato scientifico, possa approfondire le opportunità del funambolismo come strumento di crescita personale e di realizzazione umana.”

Hai scritto anche dei libri, quali?

“I libri che sono usciti per Mondadori  e per Funambolo Edizioni non sono testi tecnici, ma esplorano il legame con il vuoto e soprattutto con il cambiamento di cui noi siamo parte.

Zen e funambolismo” racconta l’esperienza vissuta presso il Monastero Sogen-ji in Giappone luogo in cui ho appreso l’arte della meditazione.

Breve corso di funambolismo per chi cammina con il vento. Sette passi per attraversare la vita” spiega come si possa affrontare la paura e vivere in equilibrio. È una breve guida di funambolismo esistenziale.

Io pratico lo zen da quattordici anni

Nel 2017 hai praticato la camminata all’interno di un tempio zen in Giappone. Qual è il tuo legame con lo zen?

“Io pratico lo zen da quattordici anni. Sia il funambolismo che lo zen possono essere definiti come posizioni che si assumono di fronte al vuoto. Puoi stare seduto o camminare, ma alla fine diventi vuoto. E quando arrivi a rispecchiarti in esso, riesci ad essere in connessione con ciò che sei e per me è un aiuto a camminare sul cavo perché quel vuoto diventa un alleato su cui posso fare appoggio per camminare. Quindi tra zen e funambolismo c’è un legame molto forte.”

quelle fisicamente impegnative mi danno gioia.

C’è una traversata che ti ha provato fisicamente ed un’altra che ti ha dato gioia?

“Le traversate implicano sempre tutte e due gli aspetti, perché anche quelle fisicamente impegnative mi danno gioia. In particolare quella di Brescia del 2016 tra il montaggio complesso e il freddo mi ha destabilizzato e ci è voluto molto tempo per recuperare al 100% dopo la fatica.”

Come fai dopo uno spettacolo a ritornare alla vita di tutti i giorni?

“Dopo aver provato un’intensità di energia molto alta è complesso per me tornare alla vita normale, mi trovo spiazzato a mollare tutto d’un colpo. Immaginatevi il giorno dopo un grande evento andare a fare la spesa in un supermercato, mi provoca una sensazione di spaesamento. Il ritorno alla vita di tutti i giorni è sempre stato un momento critico.

Per lungo tempo ho vissuto male questa fase perché mi sentivo svuotato, privo di energie, di motivazione e avevo voglia di tornare subito sul cavo. Infatti a volte sono più disorientato quando mi trovo a terra che sul filo. Proprio per questo sto cercando di armonizzare questi due aspetti e far convivere dentro di me sia la vita professionale che quella privata, ognuna con la propria intensità ed interesse.”

La leggerezza è una sensazione che mi piace molto

Riesci ad affrontare la vita con leggerezza? Sei felice?

“Magari!! La leggerezza è una sensazione che mi piace molto che e cerco di introdurre nella mia vita, anche se non sempre ci riesco. So che è un valore fondamentale per vivere serenamente.

Felice? A tratti. Ultimamente sono andato a vivere fuori città e questo cambiamento mi ha portato gioia. Nell’ultimo anno mia moglie, mia figlia ed io siamo stati in giro con il camper e quando siamo tornati a Torino siamo andati a vivere in una casa di campagna dove coltiviamo l’orto ed alleviamo delle galline. Sono molto più felice e sereno rispetto alla quotidianità della città fatta di traffico, assalti, fretta ed isterismo collettivo.”

E’ molto difficile affermare di essere realizzati nella vita

Che consiglio puoi dare a chi è insoddisfatto della propria vita professionale e vorrebbe cambiare?

“E’ molto difficile affermare di essere realizzati nella vita, perché come realizzazione intendo attuare le proprie potenzialità e concretizzare i propri sogni. Non sempre riusciamo ad essere chiari ed onesti con noi stessi e capire veramente quello che siamo e possiamo diventare, perché a volte abbiamo un’immagine che non corrisponde al nostro essere, oppure non riconosciamo la strada giusta da percorrere. Spesso siamo condizionati da ciò che desiderano per noi i genitori e la società.

Se qualcuno è insoddisfatto del proprio lavoro gli direi di cambiare, è una cosa semplice.

Non bisogna però svalutare quello che si fa perché è comunque è un momento del proprio cammino. Non bisogna odiare la propria professione perché poi si finisce con il disprezzare se stessi. Non bisogna identificarsi con il lavoro, perché noi valiamo indipendentemente dall’attività che svolgiamo e a dispetto dei ruoli che assumiamo. Noi valiamo perché esistiamo. Abbiamo diritto ad essere felici, non abbiamo bisogno di guadagnarci la felicità.

Quando arriveremo a capire che non è il contorno quello che conta ovvero macchine, incarichi, possesso e via dicendo, seguirà un nuovo lavoro oppure lo stesso ma con una visione differente o altre opportunità professionali. E’ovvio che può sopraggiungere il timore ma è una sensazione normale, anche camminare sul cavo è rischioso, fa paura ma se quella è la propria via bisogna percorrerla.”

Sto cercando di organizzare un record del mondo

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Sto cercando di organizzare un record del mondo che ha come tema l’acqua, ma sono in attesa di una conferma perché è un’organizzazione complessa. Sono entrato in contatto con la Guinness World Record, abbiamo già le linee guida del record, si tratta solo di trovare i partners giusti.

Un altro progetto avviato è un corso di formazione in cui sarò docente “Sommelier Coach”, che abbina il vino e la crescita personale.

Diciamo che in questo periodo sto formando me stesso per sviluppare delle competenze in più e proseguirò con il progetto di aprire in Italia un centro di funambolismo e creare collaborazioni e sinergie con Bruxelles ed altre realtà europee.”

in questo periodo sto formando me stesso

In conclusione…

Questa intervista con Andrea Loreni per me è stata speciale perché io ho sempre pensato a lui come “il funambolo più famoso d’Italia”, un personaggio contornato da un’aura magica e da un’intelligenza vivace e fuori dal comune. Nel tempo ho visto diversi video delle sue attraversate ed ogni volta rimanevo con il fiato sospeso, come ipnotizzata e colpita dalla sua leggerezza ed eleganza nel percorrere quel cavo e mi sono sempre chiesta a cosa pensasse e quali emozioni provasse durante quel percorso, che mi sembrava nello stesso tempo eterno e brevissimo. Guardavo incantata quel grande uomo che riusciva a rimanere sospeso tra due punti quasi che il cavo non esistesse più, ma ci fosse solo lui che camminava in mezzo al cielo.

Quindi quando ci siamo sentiti telefonicamente ero molto emozionata, ma lui mi ha subito messo a mio agio e mi ha trasmesso un grande senso di calma e di pace interiore. Ad un certo punto non era più “il funambolo più famoso d’Italia”, ma semplicemente Andrea persona professionale, spirituale, sensibile e costantemente in bilico tra le grandi altezze e ritorno alla vita quotidiana.

Lo vorrei ringraziare, perché la nostra intervista rimarrà un ricordo indelebile nella mia memoria.

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