Cambio vita

Roberto Luigi Pagani
Roberto Luigi Pagani è un coraggioso ragazzo italiano che, grazie alla sua passione per l’Islanda, è partito per partecipare al Leggi tutto
Claudio Pelizzeni
Nel mondo di oggi molti dipendenti di aziende non sono più soddisfatti della loro vita professionale e così pensano di Leggi tutto
Casa famiglia Papa Giovanni XXIII
Nell’agosto del 2021 ho lasciato il mio lavoro a tempo indeterminato, perché ero frustrata ed insoddisfatta della mia vita personale Leggi tutto

Roberto Luigi Pagani è un coraggioso ragazzo italiano che, grazie alla sua passione per l’Islanda, è partito per partecipare al progetto Erasmus molto giovane ed è riuscito ad emigrare nella terra dei ghiacci.

Ma qual è la differenza tra la sua storia e quelli di molti italiani partiti per l’estero, vi chiederete? Ebbene, la prima particolarità della sua esperienza è data dal fatto che il suo lavoro attuale consiste nello studio, lettura ed insegnamento dei testi del medioevo islandese agli stranieri e di traduzioni di saghe medioevali islandesi.

La seconda peculiarità è che fin dai primi giorni del suo viaggio, è nata una certa sintonia con la capitale Reykjavík, nella quale si è ambientato subito perfettamente. Poi l’amore per natura, per la cultura e per una bella ragazza islandese, ha fatto si che non tornasse più in Italia.

Ma vediamo nel dettaglio la sua avventura.

La formazione

Partiamo da lontano. Mi racconti che studi hai fatto, qual è la tua formazione?

“Ho studiato lingue nordiche all’università di Milano per due anni e poi il terzo sono partito per partecipare al programma Erasmus presso l’università di Edimburgo in Scozia. Nell’anno seguente ho continuato la mia formazione con una laurea magistrale in studi medievali islandesi all’Università d’Islanda. Nel 2018 ho vinto una borsa di studio triennale ed ora sto completando la mia tesi di dottorato.”

Un italiano in Islanda

Dal corso dei tuoi studi si intuisce che hai un’insolita passione storica: il medioevo. Da dove nasce questo interesse? 

“La passione per il medioevo, anche se è difficile tracciarne un’origine precisa, penso sia scaturita quando ancora vivevo in Italia ed ero interessato ad alcuni temi stereotipati che lo accompagnano quali: magie, cavalieri e castelli. Mi ricordo che già da piccolo avevo una forte passione per il cartone animato della Walt Disney “La spada nella roccia” e poi crescendo mi sono appassionato a lavori letterari come “Il signore degli anelli”.

Al terzo anno del liceo dopo aver studiato il Dolce Stil Novo, corrente che si sviluppa attraverso un poetare raffinato ed aulico che eleva la donna amata a figura angelica, mi era venuta una monomania per la  poesia d’amor cortese e soprattutto per Dante. Mi ricordo che avevo imparato a memoria tantissime parti della Divina Commedia ed ancora oggi so recitare, per esempio, tutto il canto quinto dell’Inferno insieme ad altre parti che, al solo pensiero, mi provocano la pelle d’oca per la loro bellezza.

Per cui posso affermare che all’inizio è stato un interesse soprattutto letterario, poi si è sviluppato anche nel ramo storico ed infine mi sono appassionato alla mentalità degli antichi esseri umani ed ho capito di quanto ancora abbiamo da imparare dagli uomini del medioevo e di quanto fossero molto più avanti di quanto non crediamo.”

Islanda

Le prime impressioni appena arrivato in Islanda

Quando ti sei recato per la prima volta in Islanda e come ti sei trovato? 

“Una scena che amo raccontare è successa a Reykjavík. La prima settimana del mio arrivo in Islanda mi sono addentrato nella città e poi seguendo la linea della costa per andare al faro sulla punta estrema della città, mi sono perso in quella che potrei definire come una sorta di penisola di deviazione, da cui non riuscivo più ad uscire. Così un po’ spaesato e stanco, ho fatto l’autostop e fortunatamente si è fermato un gentile signore islandese, che mi ha dato un passaggio in macchina e mi ha riportato in città.

Ebbene, mi ha accompagnato ad un bar che si trovava vicino all’ostello presso il quale alloggiavo, ha parlato con la ragazza che stava al bancone la quale mi ha offerto gratuitamente due birre. Sulla strada del ritorno in macchina gli avevo parlato della mia passione per il medioevo e per la letteratura islandese e non so se è stato questo che lo ha invogliato ad essere così gentile, sta di fatto che questo è stato il mio primissimo incontro con un islandese ed ovviamente la mia impressione è stata molto positiva. Ma non è finita qui, perché ho scoperto circa tre anni dopo, essere un importante imprenditore locale proprietario di un famosissimo negozio di abbigliamento molto elegante per uomini ed anche titolare di un bar. Mi è subito venuto in mente di quanto fosse stato così premuroso nell’offrimi le due birre.

Inoltre, se devo essere sincero, devo ammettere che Reykjavík mi è piaciuta subito essendo una città piccola molto colorata ed attiva e così in quei pochi giorni iniziali ho deciso di non tornare in patria alla fine dell’Erasmus, ma di trasferirmi per un anno come studente e conseguire la laurea.

E così non sono più tornato in Italia.”

Roberto Luigi Pagani

Quali sensazioni hai provato i primi giorni in cui, emigrato nella terra dei ghiacci, ti sei trovato da solo in un nuovo paese?

“Prima dell’Erasmus mi ero recato spesso nel Regno Unito ed avevo adottato un atteggiamento, del quale adesso mi vergogno, di voler assolutamente evitare di incontrare altri italiani perché dovevo immergermi nella cultura locale per adattarmi e riuscire a diventare uno di loro.

Quando mi sono trasferito in Islanda, quasi inconsciamente, ho utilizzato di nuovo questo comportamento e forse proprio la voglia di farmi plasmare dall’esperienza che stavo vivendo, ha facilitato molto il distacco dalle mie abitudini italiane e invece di pensare: “Questa vita è così diversa da quella italiana che mi pesa” la affrontavo dicendo a me stesso: “Questa esperienza sta diventando davvero entusiasmante e se voglio che sia davvero totalizzante devo cambiare il modo di pensare e di atteggiarmi, comportandomi come un vero islandese!”.

Trovare lavoro in Islanda

Alla fine sei riuscito a laurearti in Islanda e poi hai subito trovato lavoro lì, giusto?

“Si, corretto. Mi sono laureato nel 2015 e a gennaio 2016 ho ottenuto, per pura fortuna, una supplenza in un corso di lingua italiana che poi si è tramutata in una collaborazione a lungo termine con il dipartimento d’italiano ed ora sono quasi cinque anni che tengo vari corsi presso il dipartimento.

Ho insegnato inizialmente lingua italiana, e poi mi sono spostato sulla storia della letteratura italiana che ho insegnato sia in inglese che in italiano agli studenti avanzati; e poiché mentre frequentavo il liceo avevo fatto qualche anno di conservatorio e mi sono appassionato alla studio della musica, insegno anche storia dell’opera italiana.”

Roberto Luigi Pagani università

Imparare una nuova lingue ed adeguarsi agli usi e costumi islandesi

E’ stato difficile imparare una lingua tanto diversa dall’italiano?

 “E’ inutile negare che l’islandese sia assolutamente un idioma molto difficile da studiare, però bisogna sottolineare che tutti possono impararlo e parlarlo con un minimo di applicazione ed accorgimenti. E più difficile rispetto ad altre lingue come l’inglese, il tedesco o le lingue scandinave continentali come il norvegese, lo svedese e il danese perché ha un grammatica molto arcaica e conservativa che l’avvicina per molti aspetti al latino e al greco, le parole singole sono molto complicate e non hanno somiglianze con l’italiano, quindi questo divario rallenta il processo di apprendimento.

ll primo anno ho cercato di assimilarla in modo estremamente intensivo, perché l’argomento principale dei miei studi era l’islandese antico, la lingua classica delle saghe del 1200/1300/1400 e potendo fare un paragone lo definirei come l’italiano di Dante rispetto al nostro. Se impari l’italiano antico, pur con alcune differenze rispetto alla grammatica e al vocabolario, sostanzialmente impari facilmente anche quello odierno. Inoltre, mentre mi organizzavo per fare la domanda per il dottorato, ho frequentato per un semestre un corso di islandese moderno.

Ma il salto decisivo l’ho fatto quando ho conosciuto la mia ragazza islandese e per comunicare con lei e la sua famiglia ho dovuto perfezionare la lingua ed ora parliamo solo più islandese.

Nella mia vita di tutti i giorni riesco a scindere gli idiomi e quindi parlo italiano con gli italiani, inglese con gli stranieri e islandese per la maggior parte della giornata.”

Roberto Luigi Pagani in Islanda

Da emigrato nella terra dei ghiacci, ti sei subito adattato agli usi e costumi locali o hai avuto qualche difficoltà?

“Mi sono adattato facilmente agli usi e costumi islandesi, perché sono molto più rilassati di quelli italiani per cui si tratta solo di “sbottonarsi”! Loro sono molto informali, amichevoli ed io sono uno che ha sempre avuto molta poca pazienza per le formalità. Sinceramente, per carattere, i pronomi di cortesia e i titoli non li ho mai sopportati, mi sembrano solo vuote formalità.

Alcune regole in Islanda ci sono, ma non vengono applicate in maniera così ferrea. Per farvi capire meglio la situazione, vi racconto un aneddoto. Quando vivevo in Italia la vicina di mia nonna a volte usciva sbraitando con me, perché avevo lasciato la mia bicicletta sotto il porticato deserto e nel regolamento c’era scritto che le bici non potevano sostare, qui in Islanda una cosa del genere non succederebbe mai. Se anche ci fosse un ordinamento in cui è scritto che la bici non può essere parcheggiata in quel luogo, se non crea intralcio e non dà fastidio, nessuno si viene a lamentare.

Un’usanza invece alla quale non mi sono ancora adattato e cerco di combattere, è la regola che vige in alcune famiglie, di togliersi le scarpe quando si entra in casa. Questo è un costume recente che si è diffuso a Reykjavik, quando gli islandesi che provenivano dalle campagne si sono messi ad abitare negli appartamenti in città. Le case di campagna avevano generalmente un’entrata per gli ospiti e una sul retro molto più usata che conduceva ad un’anticamera dove si potevano togliere gli stivali sporchi, per non portare il fango in casa.

Quindi in città, avendo una sola entrata, questa tradizione si è tramutata nel togliersi le scarpe, ma per fortuna questa consuetudine non è diventata una norma per tutte le famiglie. Quindi visto che io non mangio per terra, a casa mia non le faccio mai togliere almeno che non abbia piovuto! Inoltre credo che, se ci si deve recare ad una festa per cui si è vestiti eleganti, è proprio un atteggiamento sgraziato entrare a piedi nudi. Tra l’altro ho avuto delle esperienze imbarazzanti con gente che togliendosi le scarpe e non essendosi lavata con cura i piedi, produceva degli odori per cui era necessario aprire le finestre per respirare. Ma qui da noi gli infissi si aprono al massimo di dieci centimetri ed hanno un fermo a causa dai venti di tempesta che qui soffiano spesso, quindi immaginatevi il gradevole olezzo!”

La vita in Islanda

Domanda di rito: di cosa ti occupi ora?

“La mia occupazione principale adesso è il progetto di ricerca che sto portando avanti per il mio dottorato e parallelamente a questo, insegno. Negli anni ho fatto supplenze alle lezioni di lingua tra i quali l’antico islandese ed ho tenuto un corso per due volte in compresenza sui manoscritti medievali islandesi. Una mia collega faceva la parte codicologica con la creazione dei testi e dei codici, io invece tenevo la parte paleografica e linguistica cioè insegnavo proprio a leggere, riconoscere, tradurre e datare i testi antichi. Ho fatto anche per un semestre il maestro d’asilo e occasionalmente, quando mi chiamano, faccio anche la guida turistica per italiani.”

Natura in Islanda

Il blog ed i viaggi

Hai anche aperto un blog. Come ti è venuta in mente l’idea? Quali sono le tematiche principali e come sei riuscito a farlo crescere?

“Il mio blog “Un italiano in Islanda” ha una storia abbastanza lunga. L’ho aperto nel 2011 semplicemente perché desideravo raccontare tutto ciò che stavo imparando all’università sul nord Europa. Facevo molti articoli con recensioni di libri che leggevo, sulla lingua norvegese e sulla grammatica gaelica. In seguito ho rimosso tutta quella parte datata, semplicemente perché la natura del blog è cambiata ed ho deciso di dedicarlo interamente al racconto della mia vita in Islanda. Mi sono indirizzato specialmente sul racconto della cultura islandese perché ho notato che in Italia circolano molte leggende metropolitane del tutto false, diffuse a volte anche dalle agenzie turistiche per incuriosire la gente e vendere viaggi.

Per far crescere il blog è stato fondamentale il passaparola. Inoltre ho fatto delle ricerche ed ho constatato la carenza di reali informazioni sulla Terra dei Ghiacci. Esistono alcuni blog più piccoli del mio e alcuni gruppi che forniscono indicazioni generali, però non sono curati da persone che hanno una formazione universitaria sull’Islanda. In genere l’accademico si rivolge solo ai suoi colleghi e scrive qualche libro di divulgazione a fine carriera, invece il blogger non possiede le conoscenza di un accademico.

Quindi io, avendo passione per l’insegnamento e per la divulgazione, ho cercato di coniugare le due cose. Sinceramente mi appaga molto che le persone imparino da me e quindi uso il blog per far comprendere un mondo non molto conosciuto ai miei connazionali. Inoltre devo ammettere che la pagina Facebook è l’elemento trainante perché lì i miei lettori mi seguono regolarmente, mi scrivono, mi cercano e mi fanno domande.”

Un italiano in Islanda- emigrare nella terra dei ghiacci

Ora il blog è molto seguito. Quali emozioni ha provato nel vedere crescere il tuo progetto?

“L’emozione che ho provato al principio è stata di grande soddisfazione e in un secondo momento si è unita un po’ di paura e ti spiego meglio il perché.

All’inizio era seguito solo da una ristretta cerchia di appassionati molto desiderosi di imparare, che si avvicinavano ai miei contenuti con molta umiltà ed interesse. Poi quando il pubblico è aumentato sono arrivate persone che hanno iniziato a seguirmi anche solo semplicemente per criticarmi. Sono quelli che non commentano mai, non mettono mai un “mi piace”, però se ti devono dare contro compaiono improvvisamente come un fungo che emerge dal nulla per fare qualche commento poco piacevole.

Questo aspetto mi ha lasciato spesse volte un po’ di amarezza, però sono consapevole che è una parte inevitabile dell’avere un seguito ed oramai “ci ho fatto il callo”, diciamo! Devo anche ammettere che di contro sono anche molto soddisfatto delle persone che mostrano gratitudine per le informazioni che diffondo.”

Inoltre il blog e il seguito sui social mi ha permesso di iniziare a fare l’accompagnatore di viaggio qui in Islanda di tour in italiano per far conoscere la mia seconda patria, quindi sono molto soddisfatto ed orgoglioso.

Grazie all’essere emigrato nella terra dei ghiacci, hai scritto una guida al trasferimento in Islanda che si trova sul tuo blog. Quali occasioni professionali può trovare in italiano che decide di venire a vivere in Islanda e cambiare vita?

“Gli italiani che vogliono trasferirsi qui per lavoro possono fare qualsiasi cosa, essendo ancora una minoranza, quindi una fettina da ritagliarsi la si può trovare. Fino ad un paio di anni fa bastava venire qui, portare qualche curriculum vitae e un lavoro qualsiasi lo si otteneva e nel mentre si poteva cercare qualcosa di più in linea con le proprie competenze, adesso la situazione è un po’ più complicata causa Covid19, ma speriamo che post virus la situazione torni quella di prima.”

In conclusione

Ti sei creato una vita e una carriera professionale in Islanda, sei soddisfatto?

“Si, sono assolutamente soddisfatto della vita e del mio lavoro qui in Islanda. Sono grato di aver scelto un percorso che era molto poco battuto, per cui c’era ancora tantissimo lavoro da svolgere.

Ho avuto per esempio l’opportunità di tradurre testi dall’antico islandese in italiano, infatti ho all’attivo due traduzioni: “Le Saghe Della Vinlandia” con Diana Edizioni e la “Saga di Gunnar” edito da Iperborea e sono ulteriori esempi di come a me piaccia raccontare la cultura islandese agli italiani. Fin da quando frequentavo il liceo avevo sempre fatto delle traduzioni in inglese ma se devo essere sincero non mi era mai piaciuto particolarmente, lo facevo per guadagnare qualcosa ma senza particolare passione, mentre tradurre i testi del medioevo islandese per il pubblico italiano e poi spiegarli è stata un’emozione forte, specialmente quando mi sono arrivati moltissimi commenti positivi da parte dei lettori, è stato veramente un momento toccante.”

Se potessi tornare indietro, rifaresti la stessa scelta di emigrare nella terra dei ghiacci? Sei felice?

“Assolutamente si rifarei la scelta di trasferirmi in Islanda, anzi mi si gela il sangue al pensiero di quante coincidenze siano capitate nella mia vita affinché io finissi qui adesso e quanto sarebbe stato facile che un piccolo dettaglio diverso del mio passato, mi avrebbe condotto a prendere delle scelte di vita diverse. Questo mi fa quasi paura perché io sento di avere vinto e di aver fatto 13 al Superenalotto della vita!! Nonostante sia ancora giovane, dal punto di vista lavorativo e della felicità e soddisfazione della mia vita, non avrei potuto chiedere di meglio.”

Roberto Luigi Pagani con capre

I consigli per trasferirsi all’estero

Che consigli puoi dare a tutti coloro che vorrebbero trasferirsi in un altro paese per dare una svolta alla loro carriera professionale?

“Il mio consiglio personale per cercare lavoro all’estero è quello di scegliere un paese che sia in linea con il proprio essere, prediligere una popolo per il quale si prova una sorta di sintonia e poi provare subito ad integrarsi con i locali. Per esempio in Islanda parlare la loro lingua è una sorta di passaporto perché sono relativamente pochi gli stranieri che si prendono il disturbo di impararlo bene, ci sono tante persone che si sono trasferite da molti anni e riescono a spicciare solo due paroline in croce cosa che, se da un lato è avvilente, dall’altro fa si che coloro che riescono veramente a comunicare in islandese vengano portati in palmo di mano e guardati con molto rispetto.

In generale conoscere i locali ed entrare nella loro cerchia permette di capire molto meglio una cultura dall’interno e non rimanere delusi. In ogni comunità di stranieri in tutti i paesi del mondo c’è tanto malcontento e disillusione dopo essere arrivati con un’idea un po’ trasognata ed avere scoperto che la realtà dei fatti era un po’ diversa, queste sono delusioni che arrivano perché non si è affrontato il trasferimento a mente lucida. Si voleva andare nel luogo da favola delle fotografie ed invece ci si è ritrovati immersi in una società con delle problematiche anche serie dove non tutto è facile, dove il fatto di essere stranieri rende difficoltoso il reperimento delle informazioni e inficia il successo di tante attività.

Devo ammettere che ci sono delle grosse difficoltà ad essere stranieri, non è facile ma ci sono anche dei modi per aggirare questa complessità e risolvere i problemi in maniera elegante, se davvero lo si vuole. Quindi in ultima analisi l’integrazione è assolutamente una priorità per chi si vuole trasferire.”

 Per non perdere gli aggiornamenti di “Un Italiano in Islanda” e le sue bellissime fotografie seguitelo sul suo blog e sui canali social:

www.unitalianoinislanda.com

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Instagram

 

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Claudio Pelizzeni: lasciare un posto fisso e raggiungere la felicità

Nel mondo di oggi molti dipendenti di aziende non sono più soddisfatti della loro vita professionale e così pensano di lasciare tutto e cambiare lavoro ed è quello che è riuscito a fare  Claudio Pelizzeni che da bancario è riuscito a diventare travel blogger e poi insieme ad altri colleghi, aprire un tour operator. Questa è la storia di Claudio Pelizzeni che è riuscito a lasciare un posto fisso e raggiungere la felicità.

Claudio ora è un travel blogger molto conosciuto e il suo sito Trip Therapy è diventato un punto di riferimento per molti viaggiatori. Ciò che mi ha colpito di lui quando ho iniziato a seguire i suoi video sulla sua pagina Facebook Trip Therapy, è stata l’aura di positività che emanavano i suoi occhi e il sincero entusiasmo con cui raccontava i luoghi da lui visitati durante il giro del mondo.
Ma il motivo per cui ho pensato di scrivere un articolo su di lui è stato perché Claudio Pelizzeni ha lasciato un lavoro in banca a tempo indeterminato, per diventare travel blogger e e quindi sicuramente è riuscito a realizzare il suo sogno: lasciare un posto fisso e raggiungere la felicità. L’ho contattato quindi per farmi raccontare la sua storia di cambiamento professionale che è iniziata nel 2014, anno in cui ha deciso di lasciare un lavoro che non lo rendeva felice per realizzare il suo sogno: fare il giro del mondo via terra, senza prendere aerei, in 1000 giorni, spendendo 15 € al giorno. Ed ecco ciò che mi ha raccontato.

Il primo viaggio all’estero

Ciao Claudio. Partiamo da lontano. Qual è stata la tua formazione?
“Sinceramente quando ho finito le scuole superiori non sapevo di preciso cosa fare della mia vita, quindi ho semplicemente selezionato un’università che mi potesse, appena finiti gli studi, garantire un lavoro ben remunerato. Così la scelta è ricaduta sull’ambito economico e più nello specifico Università Bocconi indirizzo economia dei mercati finanziari.

Claudio Pelizzeni

Al termine dei miei studi per completare al meglio il mio percorso e migliorare le lingue, ho deciso di trasferirmi all’estero per 6 mesi. Così quattro giorni dopo la mia laurea sono partito per l’Australia. Questa decisione è stata di fondamentale importanza nella mia vita, perché all’epoca non era così autonomo ed indipendente come sono adesso, addirittura non avevo mai dormito in un ostello in vita mia!
Questo soggiorno ha spazzato via ogni mia ansia giovanile e mi ha fatto avvicinare al mondo dei viaggi. Ho iniziato a sperimentare vari tipi di viaggi: backpacker ovvero zaino in spalla, escursioni in tenda, attraversate in camper, passeggiate a piedi con ritmi lenti per ammirare le meraviglie della natura ed infine viaggi interiori. Se devo essere sincero, ho capito molto di più della mia vita in 6 mesi, che non in 24 anni in Italia ed anche se sono rientrato con molti più dubbi di quelli che avevo quando ero partito, almeno avevo incominciato a capire cosa mi sarebbe piaciuto fare nella vita.”

La svolta definitiva

Cosa è successo quanto sei rientrato in Italia dopo questa meravigliosa esperienza in Australia?
“Quando sono rientrato in Italia ho lavorato un anno in L’Oréal, dopodiché sono passato al Banco di Brescia e gli ultimi tre anni sono arrivato ad essere assunto dalla Deutsche Bank come quadro direttivo, vice-direttore di filiale. Ma lentamente, anno dopo anno, mi sono accorto che nonostante la posizione di prestigio e gli alti guadagni, non ero felice e così mi sono posto una semplice domanda: “Se a 32 anni sono arrivato dove sono ora, facendo un lavoro che non mi piace e desiderando realizzarmi in tutt’altro campo, cosa può succedere se invece faccio quello che amo?”. Così ho dato retta ai miei sogni e al forte desiderio di viaggiare e da questo momento è iniziato quel percorso che mi ha portato a dare una svolta definitiva alla mia vita: lasciare un posto fisso e raggiungere la felicità”.

Lasciare un posto fisso e raggiungere la felicità

Scorrendo le tue bellissime foto sull’account Instagram Trip Therapy sono rimasta stupita in modo particolare da quella che ti ritrae prima e il dopo il tuo cambiamento professionale. Ad una visione superficiale la differenza che colpisce sono i capelli lunghi e la barba, ma in realtà – come hai sottolineato in un tuo speech – ciò che deve balzare agli occhi è il nodo della cravatta che rappresenta per osmosi un groppo in gola, dettato dal malessere che stavi vivendo e da una vita che non ti apparteneva solo dettata dalle aspettative della società e degli amici.
Poi un giorno mentre eri in treno e tornavi da lavoro, hai guardato fuori dal finestrino ed hai visto il sole che prendeva il posto dei nuvoloni neri carichi di pioggia e quel calore ti ha riscaldato il cuore e ti ha fatto capire chiaramente che non potevi più di vivere nell’acciaio di quel vagone che tutti i giorni ti portava al lavoro come pendolare da Piacenza a Milano, che non ne potevi più di calpestare asfalto e vedere cemento, ma che tutto quello di cui avevi bisogno era la natura.
Quel giorno quando sei tornato a casa, ti sei guardato allo specchio e ti sei posto una semplice domanda: “Sono felice?” ed ovviamente la risposta è stata: “NO” perché non stavi vivendo i tuoi sogni. Allora ti sei detto che forse, per essere felice, bisognava andare alla ricerca del grande sogno nel cassetto e provare a realizzarlo, anche se per farlo avresti dovuto troncare di netto il lavoro in banca e così hai fatto: hai lasciato il posto fisso e ti sei licenziato.

Il giorno più difficile: dare le dimissioni

Qual è stata la sensazione che hai provato il giorno in cui ti sei recato all’ufficio risorse umane per lasciare un posto fisso e dare le dimissioni?
“Dopo 9 anni di lavoro in banca, la mattina in cui ho deciso di licenziarmi mi sono svegliato con un peso incredibile perché ovviamente stavo per compiere un gesto grosso: mollare un posto fisso. Ne ero convinto, ma sudavo abbastanza freddo.
Sono arrivato in filiale e quando è entrata in ufficio la mia capa, l’ho invitata a fare colazione e le ho confessato: “Lo dico per prima a te perché abbiamo un rapporto di fiducia e di rispetto, però ti pregherei di non anticipare nulla a nessuno: oggi pomeriggio ho appuntamento per dare le dimissioni”. La sua reazione è stata sorprendente. All’inizio mi ha chiesto in quale banca avevo deciso di spostarmi, ma quando le ho spiegato che volevo cambiare totalmente vita e le ho esposto il mio progetto, si è congratulata dicendomi che nonostante io fossi molto bravo lei, negli ultimi mesi, aveva capito che c’era qualcosa che non andava e che quindi stavo facendo la scelta giusta e mi appoggiava.

Dare le dimissioni

Il pomeriggio mi sono recato presso l’ufficio risorse umane e quando ho presentato le dimissioni invece di accettarle mi hanno fatto un’offerta remunerativa molto interessante, per non farmi andare via. Questa proposta mi ha molto infastidito, perché ho pensato che se valevo tutti quei soldi dovevano propormeli prima, invece di portarmi ad un alto livello di saturazione ed insoddisfazione. Incassando il mio rifiuto, mi chiesero nuovamente cosa volessi per rimanere. Io proposi l’aspettativa, informandoli però che avrei usato il web per raccontare il mio progetto e quindi mi negarono anche questa possibilità per non creare un precedente pericoloso in azienda. Confermai immediatamente le mie dimissioni, rassicurandoli che non avrei lavorato presso un altro istituto e mettendoli al corrente del mio progetto. A riprova della stima che aveva nei miei confronti, successivamente il direttore delle risorse umane divenne uno dei miei fan più attivi sui social.”

Il giro del mondo

Hai avuto veramente un grande coraggio ad abbandonare un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito per realizzare i tuoi desideri. Prima di licenziarti avevi già pianificato l’idea di fare il giro del mondo o è arrivata successivamente?
“Quando mi sono licenziato e ho lasciato il posto fisso, il primo obiettivo era quello di trasferirmi in Australia per mettere in ordine le idee, ma poi è successo qualcosa di inaspettato. Mesi prima avevo confidato ad un mio amico giornalista la voglia di mollare il lavoro e partire per il giro del mondo e il giorno dopo essermi licenziato, durante il periodo di preavviso, lui ha fatto uscire sul giornale per cui lavorava un articolo dal titolo: “Si licenzia dalla banca e con il diabete va a fare il giro del mondo“. Grazie a questo notizia – diventata virale – sono stato contattato da un altro giornalista per avere un’intervista. Quando mi ha domandato quanto tempo avrei impiegato a fare il giro del mondo ed io gli ho risposto circa 3 anni, lui ha ribattuto che facevano circa 1000 giorni e così ho ribattezzato la mia idea: giro del mondo in 1000 giorni senza prendere aerei, spendendo 15 € al giorno. Da questo momento ho iniziato a credere e ad investire realmente sul mio progetto.”

Molte persone anche se vorrebbero lasciare tutto e partire come hai fatto tu, hanno paura in prima battuta di ammetterlo a se stesse e poi di comunicare la decisione ai propri famigliari. In che modo hai annunciato ai tuoi cari che stavi per partire per il giro del mondo e quali sono state le loro reazioni?
“Io mi sono licenziato ad ottobre e sono partito a maggio. Ho comunicato la decisione ai miei amici una sera dicendo testuali parole: “Ragazzi questa è la novità: lascio il lavoro e parto per il giro del mondo. Avete tempo fino a Natale per farmi riflettere sulla mia scelta e se non siete d’accordo fatemi ragionare con argomenti validi. Però se dopo Natale ho ancora questa pensiero non vi ascolterò più, perché sarà passato il tempo per farmi cambiare idea” ed anche se hanno cercato di dissuadermi dopo Natale, io sono andato dritto per la mia strada.

Giro del mondo
Ovviamente è stato più difficile comunicarlo ai miei genitori ma ho deciso di farlo subito, perché un aspetto fondamentale da tenere a mente quando si decide di viaggiare è partire con il cuore leggero, avendo sanato tutti i problemi, le incomprensioni e i conti in sospeso con le persone. Mio papà dopo un po’ ha accettato la mia decisione, mia mamma invece ha sofferto di più ed anche se all’inizio non hanno preso nel migliore dei modi la mia partenza definendola come una pazzia ed erano preoccupati, alla fine hanno compreso la mia scelta e durante il viaggio mi hanno appoggiato.
Io comunque sono partito contando solo sulle mie risorse finanziarie e senza chiedere nulla a nessuno. L’unico momento in cui i miei genitori mi hanno aiutato è stato quando mio papà, pochi giorni dopo essere partito, ha sottoscritto per me un’assicurazione perché io, preso dai preparativi del viaggio molto complessi, mi ero completamente dimenticato di stipularla e lo ringrazio per questa gentilezza.”

Abbandonare il lavoro è la scelta giusta?

Fare una scelta di rottura e lasciare un posto fisso come hai fatto tu, può essere una soluzione per scappare da una vita lavorativa che non ci appaga o bisogna pensarci bene ed organizzarsi?
“Per prima cosa io mi sono domandato come potevo essere felice almeno una volta nella vita, per me la soluzione era il viaggio, ma ognuno deve trovare una propria risposta. Anche la rottura con il lavoro e con il presente non è sempre il modo migliore di risolvere i propri problemi, però a volte può esserlo. Quindi bisogna prendersi del tempo, analizzare il nostro “io” con consapevolezza e capire qual è la fonte delle nostre insoddisfazioni e poi decidere liberamente se combatterle oppure no, per essere felici. L’importante è interrogarsi ed essere sinceri con noi stessi, perché a domanda sbagliata corrisponde risposta ed azione sbagliata.

Pelizzeni a Lisbona
Certo, io ho fatto una scelta forte e ne sono veramente convinto, però molti invidiano la mia vita senza conoscerla. Forse pensano che io trascorra il mio tempo su una spiaggia adagiato su un’amaca a bere cocktails, ma non è assolutamente così. Io lavoro molto più adesso di quando ero in banca, solo che ora amo quello che faccio. Ho la sensazione di invecchiare cinque anni di più ogni anno che passa, forse perché quello che ho intrapreso è un mestiere faticoso in cui le energie se ne vanno tra fusi orari, voli e viaggi, ma io amo questa vita.”

Per i giovani italiani lavorare nel turismo dopo aver conseguito una laurea è molto difficile. Tu lo hai potuto fare solo dopo aver compiuto un’azione concreta cioè viaggiare. Quindi che competenze ti ha fornito questa esperienza che prima non avevi?
“Io fin da ragazzo avevo pensato di avvicinarmi al mondo del turismo. Infatti quando avevo 25 anni un tour operator mi aveva contattato per offrirmi una collaborazione, ma rifiutai l’offerta perché sentivo che c’era qualcosa di non chiaro difatti dopo poco l’agenzia è fallita, questo a significare che ci avevo visto lungo!

Pelizzeni in Perù

Anche quando lavoravo in banca ho inviato molti curriculum vitae ai tour operator per cambiare professione, ma non mi hanno mai preso. Addirittura prima di iniziare il giro del mondo avevo contattato la “BIT” cioè la borsa internazionale del turismo chiedendo se potevano farmi da sponsor, ma non mi hanno aiutato. Ovviamente quando sono tornato dal giro del mondo sono stati loro a stendermi il tappeto rosso. Queste sono le rivalse della vita che portano soddisfazione.

Per quanto riguarda invece le competenze acquisite posso dire che ho migliorato il mio problem solving, il mio livello comunicativo, il mio spirito di intraprendenza, le lingue, ho imparato a fare video e secondo Google sono addirittura uno scrittore!!”

Lavori con la fotografia e il video e hai collaborato anche con Licia Colò, un grande traguardo per tutti gli appassionati. Ti sei iscritto a corsi di formazione o sei autodidatta?
“Si certo, all’inizio mi sono iscritto al corso di formazione di YouTube ovvero i tutorial!! A parte gli scherzi, ho preso parte ad un corso di fotografia per principianti e poi un mio amico regista mi ha istruito basicamente sull’argomento video. Adesso paradossalmente sto partecipando ad un corso per migliorarmi, perché comunque non si deve mai smettere di imparare o considerarsi arrivati.”

Viaggiare con il diabete

Tu convivi con il diabete fin da quando eri bambino. Nel tuo sito oltre a raccontare le tappe del giro del mondo, hai dimostrato che chiunque può realizzare i propri sogni e migliorare la salute con una vita sana ed un’attività fisica regolare, quindi il viaggio come una sorta di terapia per essere felici e vivere meglio!

“Ho aperto il blog per dare prova che non era necessaria una grossa cifra per cambiare vita e viaggiare e volevo testimoniare giorno dopo giorno che se stai dalla parte dei sogni riesci sicuramente a realizzarti.
Inoltre desideravo anche mettere in risalto come un ragazzo che ha il diabete possa tranquillamente girare il mondo, anche se io mi definisco “un diabetico un po’ anomalo” perché a differenza di altri miei colleghi vivo bene la mia malattia e così ho pensato di realizzare anche degli approfondimenti sul tema mentre ero in viaggio.

Come si può lavorare in maniera stabile mentre si è in viaggio con il diabete? Hai dovuto fare delle soste e trovare dei lavoretti per poterti mantenere?
“Durante la progettazione del viaggio avevo già cercato dei luoghi in cui mi sarei potuto fermare per brevi periodi e fare piccoli lavoretti così da incrementare le mie risorse finanziarie, ma incredibilmente il mio primo libroL’orizzonte ogni giorno un pò più in là“ ha avuto fin da subito un grande successo, cosicché non è stato necessario interrompere il giro. L’idea di raccontare la mia esperienza mi è venuta in mente mentre mi trovavo su un cargo mercantile. Il viaggio che è durato 25 giorni mi ha fornito l’opportunità di trovarmi completamente da solo con me stesso senza connessioni, senza internet e senza rapporti con altre persone. Come in un flashback mi sono passati davanti agli occhi tutti i luoghi stupendi che avevo visitato ed ho pensato che dovevo per forza condividere l’esperienza straordinaria che stavo vivendo con tutti i miei followers non solo sul web ma anche scrivendo un libro, in modo da farla conoscere a più persone possibile. Questo momento di calma e sospensione del tempo è stata la mia fortuna, senza la quale probabilmente il libro non sarebbe venuto così bene!”

Un nuovo progetto: il tour operator

Hai lasciato un posto fisso da dipendente per avviare un giro del mondo che infine ti ha portato a creare un’attività in proprio ovvero costituire un tour operator. Come ti è venuta in mente l’idea, come hai fatto a realizzarla e quanto tempo ti ci è voluto?
“L’idea è nata dalla constatazione che in quel periodo stavano iniziando a prendere piede i viaggi di gruppo e personalmente trovo sia una modalità molto interessante di proposta turistica, in quanto è un’ottima opportunità per viaggiare tutti insieme, conoscere persone diverse ed è un modo di lavorare che mi permette di continuare a viaggiare e trovare mete sempre nuove e particolari.

Aprire un tour operator

Inoltre quando ho iniziato ad essere conosciuto grazie al mio blog, molti tour operator e agenzie viaggi mi hanno proposto di lavorare per loro perché, grazie al mio nome, sapevano che li avrei fatti guadagnare attirando molta gente e chiudendo i gruppi. Purtroppo però non avevo molto margine di manovra in quanto tutto era deciso da loro: l’itinerario, la pubblicità, i tempi e il coordinamento dei gruppi.
Da questa collaborazione però ho capito che nel mondo dei viaggi non si può agire da soli, perché legalmente per impacchettare un viaggio e venderlo, devi per forza costituire un tour operator. Durante questa esperienza ho conosciuto un direttore tecnico di agenzia molto preparato, che si è reso disponibile per una cooperazione e così ho capito che una nuova idea che avevo in mente da un po’, poteva diventare un’attività concreta.

Quindi ho contattato altri travel blogger molto bravi che conoscevo ed ho proposto loro di aprire un tour operator tutto nostro in modo da poter ideare dei bei viaggi, farli pagare meno al cliente e tagliare una fetta di guadagno a quegli intermediari che ancora oggi ragionano in maniera anacronistica. Quindi ci siamo uniti e abbiamo creato il tour operator SiVola.it.

Man mano che il lavoro è cresciuto, abbiamo pensato di assumere dei giovani per fare i coordinatori e creare così dei posti di lavoro. Molti ragazzi non sono soddisfatti della vita che stanno conducendo, perché vogliono viaggiare ed allora quale miglior occasione per collaborare con il nostro tour operator!! Posso assicurare che è un ottimo lavoro, ben retribuito e si può girare il mondo guadagnando. Ultimamente però arrivando molti curricula e potendo selezionare i profili migliori, la base minima per accedere ad un colloquio è parlare tre lingue!!”

Che emozioni hai provato quando hai visto che tutti i tuoi progetti mano a mano si stavano concretizzando, visto che hai lasciato un lavoro in banca a tempo indeterminato, per diventare travel blogger?
“In realtà forse ho realizzato che tutto quello che mi è successo in tutti questi anni è reale durante la pandemia del 2020, perché, fermandomi, ho potuto finalmente riflettere su tutta la mia bellissima avventura e capire che quello che ho costruito non è più qualcosa di effimero ma di tangibile. Sono molto orgoglioso di tutto quello che ho realizzato: il blog, i libri, il tour operator ed addirittura il podcast che è rientrato nei primi 10 più ascoltati d’Italia. Usando una metafora, prima surfavo l’onda ora mi accorgo che l’onda c’è, che le cose stanno andando bene e mi auguro che il vento cambi il più tardi possibile!!”

Quindi è realistico nel periodo storico in cui ci troviamo connettersi alla rete e lavorare da casa o da una postazione internet in qualunque posto del mondo ci troviamo, professione che viene definita come nomadismo digitale, giusto?
“Si corretto. Io infatti posso tranquillamente definirmi un nomade digitale perché lavoro per me stesso ed ho solo bisogno di un computer e di una connessione wi-fi per curare le mie attività in qualunque parte del mondo.”

I consigli per creare un progetto imprenditoriale

Quale consiglio puoi dare a tutti coloro che vorrebbero cambiare lavoro, magari lasciare un posto fisso e dedicarsi ad un progetto imprenditoriale?
“Innanzitutto prima di avviare un’attività in proprio è necessario prendersi del tempo, interrogarsi a fondo e capire qual è l’origine della nostra insoddisfazione e, se causata da lavoro dipendente, comprendere che cosa si vuole fare davvero.

Il consiglio principale che voglio dare è quello di essere determinati, non nascondersi dietro un dito e cercare delle scuse che impediscano la realizzazione del nostro progetto, ma avere il coraggio di cambiare le cose e lavorare sodo per riuscirci con la consapevolezza che magari i risultati non arriveranno subito e ci vorranno degli anni per toccare con mano i frutti del nostro lavoro, però piano piano le soddisfazioni arrivano. Sulla base della mia esperienza, ho constatato che tutti coloro i quali che hanno cercato di realizzare un progetto di vita o di lavoro e ci hanno messo tutta l’anima senza mollare o vivere una finzione prima o poi lo hanno realizzato, non riesco a ricordarmene uno che non ce l’abbia fatta.”

Sei felice della tua scelta di vita, la rifaresti?
“In passato vivevo un’esistenza fatta di malessere per 11 mesi all’anno per poi ritagliarmi un mese di vita vera ed appagante, invece grazie alla mia scelta di cambiare professione ho raggiunto la felicità e voglio confermare che la felicità è a portata di mano per tutti!”.

Essere felici
In conclusione…

Devo ammettere che questa intervista mi ha toccato nel profondo, perché tutto il racconto è intriso da una voglia di cambiamento trascinante che rompe gli schemi e gli argini del pensiero comune.

Claudio è indubbiamente un sognatore, un ragazzo che ha mollato tutto per inseguire la felicità che ha raggiunto e che gli ha portato una realizzazione non sono personale, ma anche professionale. E’ il chiaro esempio di come, anche se alle volte cerchiamo di sopportare una vita lavorativa che ci rende frustrati ed insoddisfatti per accontentare le persone che ci circondano, se siamo mossi da una reale passione e troviamo dentro di noi il coraggio di abbandonare tutto e realizzare i nostri desideri, esiste la concreta possibilità che la vita ci premi e ci permetta di raggiungere la felicità grazie alla realizzazione professionale. Non dobbiamo avere paura di raggiungere i nostri sogni, perché la fortuna aiuta gli audaci!

Vi lascio con una frase di Claudio Pelizzeni che mi ha colpito in modo particolare, perché è quello che dovremmo fare tutti almeno una volta nella vita: “Provate ad interrogarvi davvero, a mettervi davanti allo specchio sinceramente e ad ascoltare il vostro bambino interiore, quello che è il vostro cuore, quello che via anima, quello per cui vale la pena vivere. Non posticipate, fatelo oggi, adesso!”.

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Nell’agosto del 2021 ho lasciato il mio lavoro a tempo indeterminato, perché ero frustrata ed insoddisfatta della mia vita personale e professionale.

Dopo un percorso interiore con una professionista, ho capito che volevo viaggiare per mostrare a tutti coloro che non se lo potevano permettere, le meraviglie che si trovano in giro per il mondo. Così sono partita zaino in spalla con l’intento di visitare la Spagna del Nord ed il Portogallo con il bus.

Ho visto luoghi meravigliosi e città molto affascinanti, ma c’era un qualcosa che non mi permetteva di essere completamente felice: la solitudine. Ero partita entusiasta e felice di questo cambiamento, ma non avevo previsto che mi sarebbe mancato qualcuno con cui condividere tutto questo. 

Ho percorso metà del mio viaggio in solitaria, arrivando in Portogallo. Nel frattempo grazie ai social, lavorando come blogger ho iniziato a conoscere altre persone e così dopo esserci rincorsi tra Spagna e Portogallo, finalmente sono riuscita a giungere a Fatima nello stesso giorno in cui era arrivato un altro ragazzo che, a differenza mia, aveva percorso il cammino di Santiago a piedi.

La felicità nell’incontrarsi finalmente di persona è stata tanta ed in quel momento ho capito quanto fosse sterile il mio viaggio sin qui. Solo condividendo dei percorsi con altre persone, si possono trovare esperienze che valgano la pena di essere raccontate, perché sono storie di cambiamento, alcune volte radicali.

Il mio amico per la notte aveva trovato ospitalità in una casa di accoglienza per pellegrini, gestita da un italiano: Antonio. Come succede alle persone che vivono in altro paese, lui era entusiasta di invitarci a cena, per farci conoscere la sua realtà portoghese e noi abbiamo accettato curiosi.

Ed è qui che abbiamo passato una meravigliosa serata, a Fatima, nella casa che gestisce Antonio che si è trasferito dall’Italia per aiutare i più bisognosi in Portogallo e fa parte dell’Associazione Papa Giovanni XXIII fondata da Don Benzi nel 1968, impegnato nel contrasto dell’emarginazione e della povertà.

Comunità Papa Giovanni XXIII

Trascorrere una serata in compagnia dopo 3 settimane in solitaria, per me è stata una benedizione tra una pasta al pesto e un buon bicchiere di Porto. Sono arrivata in hotel, sapendo che dopo quella serata qualcosa sarebbe cambiato nella mia vita. Infatti la sera successiva sono tornata per passare un’altra cena in compagnia ed ho scoperto che Antonio non ospita solo i pellegrini impegnati nell’affrontare il cammino di Santiago, ma questa è una vera e propria casa famiglia che accoglie temporaneamente o stabilmente i senza tetto, che non possono permettersi di pagare un affitto o semplicemente percepiscono la pensione minima. È riuscito a realizzare la sua vocazione: aiutare i più bisognosi in Portogallo

L’atmosfera in casa era di gioia, condivisione ed accoglienza e questo non mi ha lasciata indifferente, ho pensato: “Qui mi sento a casa, anche se sono a circa 2000 km dal mio paese, l’Italia”.
Non ci crederete, ma avevo prenotato alberghi e spostamenti due giorni in anticipo per tutto il viaggio, ma non per la tappa successiva a Fatima, perché ero stanca di tutti quei cambiamenti e viaggi in bus giornalieri, avevo bisogno di fermarmi per riorganizzare le idee. Così avevo riservato una camera in hotel per due notti, senza fare programmi per i giorni successivi.

Io credo che nulla succeda per caso e il destino o provvidenza decidano per noi nei momenti  di difficoltà ed infatti è successo qualcosa di non programmato. Dopo la cena tutti insieme Antonio mi ha proposto di fermarmi qui a Fatima, per capire meglio l’organizzazione dell’accoglienza ed entrare in contatto con gli abitanti della casa famiglia. Non ci potevo credere, perché era proprio quello di cui avevo bisogno: stare con altre persone, vivere per alcuni giorni un po’ di normalità e sentire di nuovo il calore delle persone, ascoltare le loro storie, ridere e chiacchierare tutti insieme.

Gli ho risposto entusiasta: “Credo che tu mi abbia letto nel pensiero, accetto con gioia” ed ancora più inaspettatamente lui mi ha risposto: “Sara, non devi avere fretta, puoi rimanere qui quanto vuoi, prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno. Puoi stare qui un giorno, una settimana o un mese, io non ti mando via”. In quel momento ho pensato: ”Sono veramente felice di fermarmi ed essere accolta con tanto calore e in modo disinteressato. Ora so con certezza che nel mondo esistono ancora delle persone che vogliono il bene degli altri senza pensare ad un ritorno economico, quasi mi sembra impossibile ed invece è realtà”.

Casa famiglia Papa Giovanni XXIII

La sera successiva dopo il trasferimento, ho chiesto ad Antonio di raccontarmi la sua storia. 

Originario della Puglia a causa di una serie di eventi difficili, ha deciso di rivoluzionare tutta la sua vita per aiutare le persone emarginate, coloro a cui la vita ha tolto ingiustamente qualcosa come l’affetto di una famiglia o una casa in cui vivere stabilmente e quindi trasferirsi dall’Italia per aiutare i più bisognosi in Portogallo.

Così si è trasferito in Portogallo per gestire la casa famiglia ed accogliere sia i più bisognosi, sia i pellegrini in visita al santuario di Fatima costruito in ricordo delle apparizioni di Maria, madre di Gesù, a tre giovani pastori nel 1917.

Quello che si respira in questa casa è gioia, aiuto reciproco, empatia e il calore di un sentimento vero che Antonio prova per tutti i bisognosi che accoglie.

Accoglienza Papa Giovanni XXIII

Solo venendo qui e vivendo con queste persone, si può capire quanto a volte siamo chiusi, egoisti e quasi indifferenti ai problemi di chi è bisognoso non solo economicamente, ma anche affettivamente e di come tra di noi non ci sia quasi più amore fraterno, di come ci teniamo a distanza ed invece qui si sperimenti l’amore disinteressato, l’allegria, gli abbracci che fanno bene al cuore e all’anima.

Ancora mi stupisco di come coloro che stanno bene economicamente, hanno una bella casa ed una famiglia con cui condividere gioie e dolori, siano spesso frustrati, poco riconoscenti, arrabbiati ed insoddisfatti. Mentre coloro che si trovavo qui, nonostante tutte le difficoltà che hanno vissuto e che stanno vivendo, sono sempre pronti a regalare un sorriso gratuito, senza volere nulla in cambio. Abbiamo molto da imparare da queste persone, soprattutto a vivere con più semplicità, rompendo quel cerchio che ci vuole sempre di corsa, senza tempo è costantemente al lavoro o in cerca di distrazioni.

Ogni giorno si compie un rito: la pratica degli abbracci giornalieri. Ovvero ci si abbraccia almeno una volta al giorno, per ricordare gli uni agli altri il bene che ci vuole vicendevolmente e per diffondere il messaggio che l’amore è il sentimento più bello ed importante del mondo.

Molti sono i progetti che Antonio ancora vuole realizzare, primo fra tutti spostarsi in una casa più grande per accogliere ancora più persone. Gli auguro che possa realizzare questo suo desiderio, perché fermandomi qui per un po’ di tempo ho potuto vedere con i miei occhi con quanta pazienza, passione ed amore gestisce questa casa che è frutto della sua vocazione ad aiutare le persone in difficoltà.

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