Carema è un comune del Canavese situato al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, la cui storia è indissolubilmente legata alla viticoltura e alla sua posizione strategica.
Il borgo ha origini romane, testimoniate dal passaggio della via delle Gallie e dal toponimo stesso, che deriverebbe dalla distanza di quaranta miglia da Aosta (ad quadragesimum lapidem) o dal termine cameram, indicante un luogo di dogana.
Nel Medioevo, il borgo assunse una conformazione che conserva tutt’oggi, con case in pietra addossate e viuzze ripide. In epoca moderna, la fama del suo vino crebbe anche grazie alla Olivetti, che lo utilizzava come omaggio prestigioso per i propri clienti.
Il paesaggio è dominato dai Pilun, pilastri scenografici a forma di tronco di cono, costruiti in pietra e calce. Questi elementi svolgono due funzioni cruciali: sostengono le intelaiature delle pergole (chiamate topie) e fungono da termoregolatori, poiché accumulano il calore solare durante il giorno per rilasciarlo gradualmente di notte, proteggendo le viti dagli sbalzi termici.

Si parla di viticoltura eroica perché il vino nasce da terrazzamenti strappati alla montagna, con pendenze che superano il 30% e altitudini che raggiungono i 600-700 metri. La conformazione dei gradoni impedisce la meccanizzazione: ogni operazione, dalla manutenzione dei muretti a secco alla vendemmia, deve essere eseguita manualmente, richiedendo uno sforzo lavorativo quattro volte superiore rispetto a un vigneto comune.

Il protagonista assoluto tra i vitigni è il Nebbiolo, che qui si è adattato al territorio montano sviluppando il biotipo locale Picotener (o Picotendro). Altri vini e vitigni autoctoni o tradizionali menzionati includono il Nero d’Ala, il Pugnet e i Neretti.
Il Sentiero dei Vigneti: un percorso panoramico istituito nel 2005 che attraversa i terrazzamenti.
La Gran Masun: un edificio alto-medievale che ospita un museo multimediale sul vino.
Il Palazzo Ugonetti: antica cassaforte medievale.
Le fontane storiche: come quella di via Basilia (1571) ornata di stemmi araldici e la fontana di San Matteo (1460).
Gli edifici religiosi: tra cui la chiesa parrocchiale di San Martino e le cappelle di San Rocco e Siei.
Infine, il patrimonio architettonico include le cantine interrate, localmente chiamate grote (o crote). Situate nel centro storico sotto le abitazioni, queste cantine sono fondamentali per l’affinamento del vino Carema, garantendo freschezza e un’escursione termica limitata, ideale per la conservazione delle bottiglie.
La Gran Masun (Grand Maison): è l’edificio più iconico del borgo. Una massiccia casaforte medievale in pietra (XIV-XV secolo) che testimonia l’importanza strategica di Carema come porta d’accesso alle Alpi. Oggi ospita un museo multimediale dedicato al vino e alla cultura locale.

Palazzotto degli Ugoni (o Ugonetti): antica residenza dei signori feudali del borgo. Presenta un’architettura severa ed elegante con portali in pietra che richiamano lo stile tipico dell’area tra Piemonte e Valle d’Aosta.
Chiesa parrocchiale di San Martino: celebre per il suo imponente campanile alto 60 metri, considerato un capolavoro dell’architettura in pietra del Piemonte. La chiesa attuale è un mix affascinante tra il nucleo barocco del ‘700 e un ampliamento neogotico di fine ‘800 ispirato ai battisteri medievali.

Chiesa di San Matteo: risalente al 1649, è un gioiello più intimo situato nel cuore del borgo. Sulla facciata si possono ammirare decorazioni a “goccia rovesciata“, tipiche del Medioevo valdostano.
Cappella di San Rocco: una piccola chiesetta situata in posizione panoramica. È il punto di osservazione perfetto per ammirare dall’alto la “conca” dei vigneti terrazzati e i famosi pilun.

Fontana di Via Basilia: è la più celebre. Fu costruita dai conti Challant-Madruzzo in omaggio ai Duchi di Savoia. Presenta una stele in granito con gli stemmi araldici di Savoia e Francia e una celebre iscrizione latina: “Si quis sitit veniat ad me et bibat” (Chi ha sete venga a me e beva).
Fontana di San Matteo: probabilmente la più antica del paese. Si trova accanto all’omonima chiesa e la sua struttura semplice ma solida in pietra grigia è rimasta pressoché immutata per quasi sei secoli.
Le Crote: il cuore sotterraneo di Carema

Questa cantina storica vanta radici che risalgono all’epoca dell’Unità d’Italia, conservando un’atmosfera sospesa nel tempo dove il vino matura circondato da sculture lignee di rara bellezza. L’elemento che la rende unica è l’apparato decorativo delle antiche botti, adornate con figure intagliate che spaziano dal mito alla realtà: tra i legni si distinguono i volti di Garibaldi, del dio Bacco, di Venere e di vari fauni.

Particolarmente celebre è la botte che raffigura Gianduia, nota anche come la “Botte del Duce”. Il soprannome rievoca il viaggio di Mussolini verso Aosta nel 1939: in quell’occasione la botte fu esposta e si narra che il Duce tentò personalmente di spillarne il vino. Tuttavia, a causa delle rigide norme di sicurezza che vietavano la somministrazione di alcolici durante le manifestazioni ufficiali, non ne uscì nulla. L’episodio alimentò l’ironico stereotipo dell’avarizia dei caremesi, “colpevoli” di non aver servito il vino nemmeno davanti alle autorità.
Oggi la cantina è curata da Oreste Vairetto Piccolo, stimato socio della Cantina Produttori Nebbiolo di Carema e vincitore del prestigioso riconoscimento dei “Grappoli d’Oro”, a conferma di un legame indissolubile tra la memoria storica del borgo e l’eccellenza enologica contemporanea.
Le cantine storiche di Carema sono tesori privati custoditi con cura. Per vivere l’esperienza di una visita guidata e scoprire i segreti della Crota d’Alma e del borgo, è necessario contattare l’ente del turismo locale e prenotare il proprio tour:
Sito web di riferimento: visitcarema.it
Contatti: Scrivere all’ente per verificare le disponibilità e gli orari di apertura.
Questo evento storico si tiene solitamente nell’ultima settimana di settembre e consiste in una passeggiata enogastronomica serale tra le vie del centro storico illuminato, che permette di entrare nelle tipiche crote per degustare il Carema DOC e piatti della tradizione locale.
Per informazioni a settembre visitate la pagina Facebook dell’ufficio turistico di Ivrea: ufficio d’ Ivrea.
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Matera non si visita, si respira. Questa città scolpita nella roccia calcarea della Basilicata richiede tempo, sguardi lenti, passi misurati per svelarne l’anima stratificata. Tre giorni sono il tempo giusto per lasciarsi assorbire dalla sua storia millenaria, perdendosi tra i vicoli dei Sassi al mattino, quando la luce dorata accarezza le facciate di tufo, e ritrovandosi nella città moderna al tramonto, scoprendo che Matera è molto più di un presepe pietrificato.
La Matera che appare nelle cartoline è quella dei Sassi, l’insediamento rupestre che ha reso la città Patrimonio UNESCO nel 1993 e Capitale Europea della Cultura nel 2019. Ma Matera è anche una città viva e contemporanea, con quartieri moderni che si sono sviluppati dal Novecento in poi, quando i Sassi furono abbandonati.
La Matera moderna si estende oltre la Civita, il promontorio che separa i due rioni storici. Qui trovate il Piano, con Piazza Vittorio Veneto, cuore pulsante della città, circondata da palazzi signorili e caffè dove i materani si ritrovano per l’aperitivo. Via Ridola, la strada dello shopping, collega il centro moderno all’ingresso dei Sassi, creando un ponte ideale tra le due anime della città. Questa zona rappresenta la Matera del Novecento, quella costruita per accogliere le famiglie evacuate dai Sassi negli anni Cinquanta, con edifici razionalisti e quartieri ordinati che contrastano con il caos apparente dell’insediamento rupestre.
La Matera antica è invece un’architettura spontanea sviluppatasi nei secoli, dove le abitazioni si sovrappongono seguendo il naturale declivio della Gravina. Qui il tetto di una casa diventa il marciapiede di quella sopra, in un intreccio verticale che racconta millenni di adattamento umano alla roccia. Camminare nei Sassi significa attraversare strati di storia che vanno dal Paleolitico ai giorni nostri, dove ogni angolo nasconde una grotta, una cisterna, una chiesa scavata nella pietra.
I Sassi di Matera rappresentano uno degli insediamenti umani più antichi al mondo, abitato ininterrottamente dal Paleolitico. Le prime comunità si stabilirono nelle grotte naturali scavate dall’erosione della Gravina, il torrente che taglia in due il territorio. Nel tempo, questi rifugi primitivi si trasformarono in un sistema urbano complesso, dove le abitazioni venivano letteralmente scavate nella roccia e ampliate generazione dopo generazione. L’architettura rupestre di Matera è un esempio unico di perfetta simbiosi tra uomo e ambiente naturale, dove ogni elemento del territorio è stato utilizzato con intelligenza: il tufo per costruire, la Gravina per l’acqua, le grotte per abitare.
Durante il Medioevo, Matera divenne rifugio per comunità monastiche bizantine in fuga dalle persecuzioni. Questi monaci trasformarono le grotte in chiese rupestri affrescate, creando un patrimonio artistico straordinario che ancora oggi caratterizza il paesaggio dei Sassi. Il sistema idrico era geniale: cisterne scavate nella roccia raccoglievano l’acqua piovana, distribuendola attraverso canalizzazioni sotterranee chiamate “palombari”, un sistema ingegneristico che funzionò per secoli senza interventi esterni.

Ma nel dopoguerra, i Sassi divennero simbolo di arretratezza e vergogna nazionale. Carlo Levi, nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”, descrisse le condizioni disumane in cui vivevano 15.000 persone ammassate in grotte buie e umide, spesso insieme agli animali. Le famiglie numerose occupavano singole grotte senza finestre, senza servizi igienici, con tassi di mortalità infantile altissimi. Nel 1952, una legge nazionale impose lo sgombero forzato: in vent’anni i Sassi si svuotarono, trasformandosi in città fantasma abitata solo da fantasmi e ricordi.
La rinascita iniziò negli anni Ottanta, quando intellettuali e architetti compresero il valore unico di questo patrimonio. Oggi i Sassi di Matera sono un esempio virtuoso di recupero urbano, con alberghi di charme, ristoranti stellati e botteghe artigiane che hanno riportato la vita in questi antichi vicoli.
I due rioni storici di Matera, benché contigui, hanno caratteristiche distinte.
Il Sasso Barisano guarda a nord-ovest, verso Bari, da cui prende il nome. È il rione più urbano e raffinato, con facciate intonacate e rifinite che nascondono parzialmente le grotte retrostanti. Qui vivevano artigiani, commercianti e piccoli borghesi, e l’architettura tradisce aspirazioni sociali più elevate: portali decorati, balconi in ferro battuto, piccole piazze che servivano da centri di socialità e commercio. Le abitazioni sono più elaborate, con spazi dedicati a botteghe e laboratori artigiani. Oggi il Sasso Barisano è il rione più turistico, con la maggior concentrazione di hotel, ristoranti stellati, gallerie d’arte e negozi di artigianato locale.
Il Sasso Caveoso si affaccia a sud, verso il torrente Gravina e la Murgia. Il nome deriva probabilmente da “cavea”, anfiteatro, per la sua conformazione semicircolare che degrada verso il basso come le gradinate di un teatro romano. Questo rione è più selvaggio e autentico, con grotte più evidenti e meno abbellimenti architettonici. Era abitato prevalentemente da contadini, pastori e braccianti agricoli, la popolazione più povera di Matera. Le abitazioni si fondono letteralmente con la roccia, mostrando senza pudori la loro origine rupestre.
Qui si trova Santa Maria de Idris è forse la chiesa rupestre più iconica di Matera, quella che appare in tutte le fotografie dei Sassi. Arroccata sulla sommità del Monterrone, lo sperone roccioso che emerge nel cuore del Sasso Caveoso, questa chiesa è letteralmente scavata nella roccia viva. L’interno è suggestivo, con affreschi bizantini in parte rovinati dall’umidità ma ancora leggibili, che raccontano storie di santi e martiri.

Tra i due rioni si erge la Civita, lo sperone roccioso dove nel Medioevo sorgeva il nucleo originario della città. Qui si trova la Cattedrale di Matera, costruita nel XIII secolo in stile romanico-pugliese, il punto più alto e simbolico della città da cui si domina l’intero panorama dei Sassi.
Per comprendere davvero come si viveva nei Sassi prima dell’evacuazione, è indispensabile visitare almeno una casa-grotta museo. La più nota è la Casa Grotta nei Sassi di Matera, situata nel Sasso Caveoso, perfettamente ricostruita con arredi e oggetti d’epoca che raccontano la vita quotidiana delle famiglie contadine fino agli anni Cinquanta.
Entrare in una casa-grotta è un’esperienza che lascia senza parole. Gli ambienti sono bui, umidi, ricavati interamente nella roccia. Un’unica stanza serviva da cucina, camera da letto, stalla. Le famiglie numerose, spesso con sette o otto figli, dormivano tutti insieme in nicchie scavate nella parete. Gli animali, asini e maiali, vivevano negli stessi spazi perché il loro calore aiutava a riscaldare l’ambiente d’inverno. Non c’era acqua corrente né elettricità fino agli anni Trenta. L’acqua veniva raccolta nelle cisterne sotterranee e usata con estrema parsimonia. I servizi igienici erano inesistenti. La mortalità infantile superava il cinquanta per cento a causa di malattie infettive e denutrizione.
Le grotte naturali che precedettero gli insediamenti abitativi sono visitabili nel Parco della Murgia Materana, sul versante opposto della Gravina e si può arrivare con un trekking in solitaria o prenotando una guida.
Qui potete esplorare grotte preistoriche con incisioni rupestri del Neolitico, ripari sotto roccia usati per millenni da pastori e contadini, e avere una visuale d’insieme straordinaria sui Sassi dall’altra parte del canyon. Il sentiero che scende dalla Murgia alla Gravina attraversa un paesaggio aspro e selvaggio, dove la macchia mediterranea nasconde chiese rupestri abbandonate e antiche masserie in rovina.
Pernottare in un Sasso non è solo una scelta di alloggio, ma un’esperienza immersiva infatti i Sassi albergo sono il frutto di un recupero architettonico straordinario che ha saputo coniugare rispetto per la storia e comfort moderno. Gli antichi ambienti rupestri sono stati trasformati in suite di design che rispettano l’architettura originale, conservando le volte a botte scavate nella roccia, le nicchie dove un tempo si conservavano gli alimenti, le mangiatoie che ora diventano elementi decorativi.

Molti hotel hanno mantenuto visibili le cisterne storiche, ora illuminate e trasformate in suggestive spa o cantine per la colazione. Camminare scalzi sulle vecchie pietre levigate da generazioni di materani, mentre dall’alto pende un lampadario di design, crea una sensazione di straniamento affascinante.
La gastronomia materana affonda le radici nella cultura contadina e pastorale, trasformando ingredienti poveri in piatti ricchi di sapore e storia.
Il pane di Matera DOP è il simbolo stesso della città e il suo ambasciatore gastronomico nel mondo. È un pane che nasce da grani antichi coltivati sulla Murgia e da una lavorazione che non è cambiata nei secoli: farina di semola rimacinata, lievito madre tramandato di generazione in generazione, acqua e sale. La cottura avviene in forni a legna dove le pagnotte cuociono per almeno un’ora. Ogni mattina, l’odore del pane appena sfornato invade i vicoli dei Sassi, richiamando tradizioni che si perdono nella notte dei tempi.
La crapiata è il piatto dell’abbondanza e della condivisione, una zuppa densa di legumi e cereali che veniva preparata tradizionalmente il primo agosto per festeggiare il raccolto. Grano, farro, ceci, lenticchie, fagioli borlotti, fagioli cannellini, cicerchie venivano messi a bagno dalla sera prima e poi cotti lentamente per ore.
La cialledda è il piatto che racconta la fame trasformata in poesia culinaria. Pane raffermo di alcuni giorni viene bagnato con acqua, strizzato e condito con pomodori maturi tagliati a cubetti, cipolle fresche affettate sottili, origano selvatico, olio extravergine d’oliva lucano e un pizzico di sale.
Tra i primi piatti della tradizione materana spiccano le orecchiette con cime di rapa, eredità della vicinanza con la Puglia, e la pasta con mollica croccante e peperoni cruschi, dove il pane raffermo viene tostato in padella fino a diventare dorato e croccante, sostituendo il formaggio che molte famiglie non potevano permettersi.
L’agnello alla pignata viene cotto lentamente in pentole di terracotta con patate, cipolle, pomodoro, sedano e un mazzo di erbe aromatiche, creando un piatto ricco e profumato che richiede ore di cottura lenta.
Tra i dolci della tradizione materana, le cartellate sono protagoniste del Natale: strisce sottili di pasta vengono modellate a forma di rosa e fritte, poi ricoperte di miele millefiori o vincotto.
Accompagnate questi piatti con i vini lucani di qualità: il Matera DOC, bianco fresco e minerale perfetto con i primi piatti e il pesce. Non dimenticate l’Amaro Lucano, il liquore alle erbe prodotto a Pisticci che chiude degnamente ogni pasto lucano.
Tra i vicoli del Sasso Caveoso, il signor Eustachio, suona il suo Putipù, strumento popolare lucano che produce un suono buffo e caratteristico.

Il putipù è uno strumento a percussione costruito con materiali poveri e di recupero. Nella sua forma tradizionale consiste in un barattolo di latta su cui viene tesa una membrana di pelle, attraversata da una canna di bambù. Sfregando ritmicamente la canna con le mani bagnate, si produce un suono ritmico e gutturale, simile al raglio di un asino o al lamento di un animale, che accompagnava le feste popolari, i canti natalizi e le tarantelle.

Qual è il periodo migliore per visitare Matera?
La primavera, da aprile a giugno, e l’autunno, da settembre a ottobre, sono i periodi ideali per visitare Matera. Le temperature sono miti e piacevoli, perfette per camminare tra i Sassi senza soffrire il caldo. L’estate può essere molto calda, con temperature che superano i 35 gradi, anche se la sera si sta piacevolmente nelle terrazze panoramiche. L’inverno è freddo ma suggestivo, soprattutto quando la neve imbianca occasionalmente i Sassi creando scenari fiabeschi. Evitate i ponti festivi e agosto se non amate la folla.
Qual è il momento ideale della giornata per visitare Matera?
Vi consiglio di arrivare di sera per apprezzare la città che con il buio si trasforma in un presepe incantato. Per la prima visita vi consiglio di affacciarvi dal belvedere e poi di scendere a piedi tra i vicoli della città.
Quanti giorni servono per visitare Matera? Due giorni sono il tempo ideale per visitare Matera con calma, permettendo di esplorare entrambi i Sassi, visitare le principali chiese rupestri, fare un’escursione alla Murgia e godersi l’atmosfera della città senza fretta.
Come arrivare a Matera? Matera non ha una stazione ferroviaria principale ma è collegata a Bari attraverso le Ferrovie Appulo Lucane, con treni che partono da Bari Centrale e impiegano circa un’ora e mezza. In auto, Matera dista circa 65 chilometri da Bari, 130 da Potenza e 250 da Napoli, ed è facilmente raggiungibile attraverso la SS99. L’aeroporto più vicino è quello di Bari Palese, a circa 65 chilometri, collegato a Matera con bus navetta. Esiste anche un servizio di bus da Roma, Napoli e altre città italiane.
Dove parcheggiare a Matera? Il centro storico dei Sassi è chiuso al traffico, quindi dovete lasciare l’auto nei parcheggi esterni. idataDa qui potete raggiungere i Sassi a piedi in 10-15 minuti o con i bus navetta gratuiti. Molti hotel nei Sassi offrono un servizio navetta dal parcheggio alla struttura, utilissimo considerando che le stradine sono strette e spesso impraticabili con i bagagli.
Quanto è impegnativo camminare nei Sassi? Visitare i Sassi richiede una buona forma fisica perché le strade sono in salita e discesa continue, con scalinate strette e pavimentazione irregolare di pietre levigate dal tempo. Indossate scarpe comode e antiscivolo, assolutamente no tacchi o infradito. Portate acqua, soprattutto d’estate, perché il sole picchia forte e le fontanelle non sono frequenti. Calcolate che per visitare entrambi i Sassi camminerete facilmente 10-15 chilometri al giorno.
Serve una guida per visitare Matera? Matera può essere visitata autonomamente usando questa guida e una mappa dei Sassi, disponibile gratuitamente negli uffici turistici. Tuttavia, una visita guidata potrà farvi farvi immergere maggiormente nell’atmosfera magica di questa città e farvi conoscere la sua storia antica.
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Se c’è un luogo nelle Langhe UNESCO dove l’arte, la storia del vino e la grande musica si incontrano, quello è Monforte d’Alba.
Vi propongo qui l’itinerario perfetto, un percorso completo che vi guiderà attraverso le bellezze essenziali di questo borgo: dai suoi tesori sacri ai panorami infiniti sui vigneti di Barolo.
Iniziamo la visita dalla Chiesa Parrocchiale della Madonna della Neve. Parcheggiate l’auto nel piazzale, dove la vostra attenzione sarà catturata dalla scultura monumentale “Io sono la chiave” dell’artista Franco Sebastiano Alessandria.

Questa imponente opera in metallo raffigura un Cristo crocifisso alto oltre tre metri, interamente forgiato utilizzando chiavi antiche (che compongono la figura di Gesù) e serrature (il basamento e la croce) e simboleggia la fede cristiana, rappresentando la figura di Gesù Cristo crocifisso e il sacrificio di Cristo per la salvezza dell’umanità.
Nel cuore suggestivo di Monforte d’Alba, la Chiesa della Madonna della Neve (conosciuta come il Duomo) si rivela come un autentico scrigno di storia e bellezza, nonché la scelta d’elezione per le coppie che desiderano un matrimonio intriso di charme e significato. Sebbene l’architettura imponente crei un’atmosfera profondamente suggestiva, la chiesa è di fatto un esempio di chiaro stile neogotico, relativamente recente, costruito tra il 1909 e il 1912.

La facciata è resa scenografica da una doppia scalinata che conduce al portale principale. Questo ingresso maggiore, incorniciato in pietra e dotato di lunetta in bassorilievo, è affiancato da due ingressi laterali più piccoli. La parte superiore si completa con un gioco di archetti e due pinnacoli slanciati. Sul lato sinistro, domina il maestoso campanile alto 54 metri.
All’interno, la chiesa si sviluppa su una pianta a croce latina, dove quattro possenti colonne sostengono la volta centrale, decorata con affreschi dorati e blu. L’altare in marmo e le scene affrescate dedicate a Maria nel transetto completano la ricchezza di questo luogo, unendo solennità storica e scenari fotogenici.

Varcate la soglia di questo edificio, ricostruito in stile Neo-Gotico tra il 1909 e il 1912. Gli splendidi interni a croce latina, con le loro ampie volte a crociera, sono un inno al cielo: sono decorati prevalentemente in blu cobalto e azzurro pastello. Questa decorazione (opera di Fedele Finati) crea un’atmosfera serena e maestosa, mentre gli affreschi nel transetto di Luigi Morgari completano la ricchezza visiva di questo tesoro in Langa.
Lasciata l’eleganza della chiesa, avventuratevi nelle stradine acciottolate del centro storico, il “Monfortine”. La salita graduale è un piacere per gli occhi, tra scorci medievali e antiche case in pietra.
Al culmine, trovate l’iconico Auditorium Horszowski. Questo non è un teatro costruito, ma un magnifico anfiteatro naturale, ricavato dalla piazza antica sfruttando la pendenza del terreno. La sua bellezza è data dal fondale storico: la Torre Campanaria romanica (resto della chiesa medievale demolita), le mura del Castello Scarampi e gli Oratori antichi che incorniciano il palco.

L’Auditorium è stato intitolato nel 1986 al celebre pianista polacco Mieczysław Horszowski in occasione di un suo memorabile concerto. La particolare conformazione geologica e la ricchezza delle mura circostanti conferiscono a questo luogo una acustica straordinaria e un’atmosfera sospesa nel tempo, rendendolo una delle location all’aperto più suggestive al mondo.
Proprio in questo scenario da sogno, ogni estate (solitamente tra luglio e agosto), prende vita il Monfortinjazz. Non è solo un festival, ma una delle rassegne jazzistiche più prestigiose d’Italia.
Nato dall’intuizione di valorizzare la bellezza dell’Auditorium, il festival è cresciuto negli anni fino ad attrarre artisti internazionali di altissimo calibro (come Chick Corea, Pat Metheny e Jan Garbarek), che si esibiscono in un contesto intimo e magico.
Ascoltare musica jazz di fama mondiale avvolti dal silenzio delle colline e dalla magia di un tramonto piemontese è un’esperienza che unisce arte, paesaggio e alta cultura.
Se pianificate la visita in quel periodo, assicuratevi di controllare il calendario degli eventi: il Monfortinjazz è il motivo per cui Monforte è conosciuta ben oltre i confini del vino.
Dopo l’immersione nel borgo, la Big Bench (Panchina Gigante), situata in posizione panoramica, vi attende.
Questa installazione fuori scala fa parte del Big Bench Community Project (BBCC), un’iniziativa culturale e turistica ideata dal famoso designer americano Chris Bangle e da sua moglie Catherine, che hanno scelto le Langhe come loro casa.

Nata nel 2010 a Clavesana, l’idea è diventata un movimento no-profit con due scopi principali:
Nuova prospettiva: l’installazione di una panchina, ingrandita fuori misura, vuole farci sentire di nuovo bambini, offrendo una prospettiva unica e “ridimensionata” sulla grandezza del paesaggio. Sedersi sulla panchina è un invito a rallentare e a godersi la bellezza delle colline UNESCO.
Valorizzazione del territorio: il progetto è gestito come iniziativa comunitaria. Le panchine vengono realizzate esclusivamente con fondi privati e il lavoro di volontari e artigiani locali. La fondazione BBCC fornisce gratuitamente il design e il marchio, ma esige che il comune ospitante si impegni a valorizzare le eccellenze artigiane del posto e a promuovere il turismo sostenibile nelle aree rurali meno battute.
Monforte è sinonimo di eccellenza enogastronomica. Per la pausa pranzo, le osterie locali vi offriranno il meglio della tradizione Piemontese.
Assolutamente da gustare le saporite carni (come il brasato al Barolo o il vitello tonnato e gli iconici plin (piccoli ravioli) magari insaporiti con una grattugiata di tartufo che potreste trovare nel territorio circostante, sperimentando l’esperienza di una caccia al tartufo unendovi a un esperto cercatore di tartufi e ai suoi cani addestrati.

Per concludere, non perdetevi i dolci iconici: l’imperdibile Torta di Nocciole (spesso servita con zabaione caldo), il cremoso Bunet (budino di cacao e amaretti) o la classica Panna Cotta. Non dimenticate di abbinare il tutto con un calice di Barolo DOCG o un Moscato per il dessert.
Non perdetevi poi un’esperienza autentica con una visita in una cantina di produzione vitivinicola.
L’ultima tappa richiede un breve spostamento in auto per raggiungere la zona collinare esterna. Parcheggiate e godetevi l’ultima passeggiata tra i filari che vi condurrà alla suggestiva Cappella della Madonna delle Grazie, l’indimenticabile “chiesetta colorata” (spesso chiamata Cappella del Barolo).
L’edificio fu costruito nel 1914 come semplice riparo per i contadini dalle intemperie (come grandine e temporali) e non fu mai consacrato. Dopo l’acquisto del vigneto Brunate da parte della famiglia vinicola Ceretto nel 1970, la struttura cadde in uno stato di abbandono, riducendosi a un rudere e venendo usata persino come deposito per attrezzi agricoli (poteva contenere un trattore!).

Fu l’intuizione della famiglia Ceretto, guidata dal desiderio di creare un progetto che unisse il prestigio del Barolo con l’arte contemporanea, a salvare il rudere.
Nel 1999 fu commissionato il restauro a due giganti internazionali:
Lo statunitense Sol LeWitt si occupò dell’esterno, scegliendo forme geometriche e colori sgargianti e vivaci.
L’inglese David Tremlett si dedicò agli interni, utilizzando la sua tecnica distintiva a wall drawing con tonalità calde che richiamano i colori della terra e del vino.
Questa trasformazione cromatica e artistica ha reso la Cappella un simbolo di rinascita culturale, elevandola da semplice rudere a icona delle Langhe UNESCO.
Monforte d’Alba è un gioiello che merita ogni chilometro. Quindi salva questo articolo per pianificare il tuo prossimo weekend tra il Barolo e l’arte. Lasciati meravigliare dalla magia delle Langhe UNESCO!
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Siena non è una città da “mordi e fuggi”. È un luogo che ti scruta, che ti mette alla prova tra le sue vie acciottolate e che si concede solo a chi sa guardare dove gli altri passano dritti. Dopo averla visitata tutta, ho capito che la sua vera magia non sta nei grandi monumenti da cartolina, ma nei dettagli che nessuno ti racconta.
Se volete viverla davvero, dimenticate il navigatore: ho scritto per voi un itinerario, che vi svela monumenti, leggende e cibo tipico.
Il mio primo rito è sempre lo stesso: arrivo in Piazza del Campo e mi siedo sul mattonato rosso, proprio lì, nella “conchiglia“.

Si chiama così perchè è stata modellata su un antico campo agricolo, inclinata verso la Fonte Gaia per far defluire l’acqua e divisa in nove grandi spicchi. che rappresentano i nove Signori che la governarono nel suo periodo di massimo splendore.
Quando l’acqua arrivò finalmente in Piazza nel 1343, dopo anni di scavi, i senesi fecero una festa incredibile. La gioia (la “gajezza”) fu tale che la fonte venne battezzata “Gaia”. Immaginate l’emozione di vedere l’acqua sgorgare nel punto più alto e difficile della città dopo chilometri di gallerie scavate a mano nel buio.
Quella che vedete oggi in Piazza è una copia fedele dell’Ottocento, ma l’originale (conservata nel Museo di Santa Maria della Scala) fu scolpita da Jacopo della Quercia tra il 1409 e il 1419.

Osservate le sculture: vedrete le “Acca Larentia” e “Rea Silvia” con i piccoli Romolo e Remo. È un richiamo alla leggenda secondo cui Siena fu fondata dai figli di Remo, Senio e Ascanio. Oggi la fonte è il punto di ritrovo preferito non solo dai turisti, ma anche dai contradaioli che, dopo la vittoria del Palio, corrono qui a festeggiare bagnandosi nelle sue acque.
Davanti a me svetta la torre del Mangia, 87 metri di puro orgoglio. La amo perché è nata da una sfida: doveva pareggiare al centimetro l’altezza del campanile del Duomo, per gridare al mondo che Stato e Chiesa qui hanno lo stesso peso.

Inoltre la chiamano così in omaggio a Giovanni di Balduccio, il primo custode detto il “Mangiaguadagni” perché spendeva tutto nelle taverne. Se avete fiato, salite i suoi 400 gradini: arriverete faccia a faccia con Sunto, la grande campana che è la voce di Siena. Originariamente aveva un uso civico e batteva le ore e chiamava le adunanze. Oggi scandisce i tempi del corteo storico, accompagnandone l’intero svolgimento. Il nome Sunto deriva dal fatto che la campana è dedicata a Maria Vergine Assunta in cielo.
Sulla piazza affacciano dei meravigliosi dimore nobiliari e all’interno di Palazzo Pubblico si trova il Museo Civico che si trova al primo piano e nei quali sono conservati i capolavori dell’arte senese.
Nella mia visita passo sempre davanti alla loggia della mercanzia celebre perchè qui Antonio Federighi realizzò le magnifiche statue di Sant’Ansano e San Vittore, entrambe raffigurate mentre volgono con fierezza e orgoglio lo sguardo verso destra, in direzione di Firenze, quasi a voler proteggere la città dalla sua antica e irriducibile rivale. Qui inoltre era il luogo dove un tempo i mercanti decidevano le sorti dell’economia europea. È il punto esatto in cui la città respira e si incrocia.
Per pranzo, non accetto compromessi: vado da Tuscanello dove ordino i pici: grossi, irregolari, fatti a mano. È il mio “comfort food” senese.
C’è un appuntamento a cui non manco mai: la salita al Facciatone al mattino presto. È il relitto di quello che doveva essere il Duomo Nuovo, una cattedrale così immensa che la peste decise di fermare per sempre.
Vi consiglio di puntare la sveglia presto, fare colazione al bar storico Nannini che è un’istituzione a Siena per i suoi dolci tradizionali senesi, caffè e aperitivi, che porta avanti la tradizione di famiglia dal primo ‘900 ed arrivare al Facciatone all’apertura per fare meno coda.

La passerella in cima è stretta e il vento punge, ma la vista a 360 gradi che abbraccia la Torre del Mangia e le colline del Chianti è, senza mezzi termini, la più potente della città.
Continuo il mio tour con la visita del Duomo il cui nome è Cattedrale Metropolitana di Santa Maria Assunta. Già da fuori la facciata è uno spettacolo gotico senza eguali, ma appena varcata la soglia, abbasso lo sguardo e mi rendo conto del perchè il pavimento del Duomo di Siena è stato definito da Vasari “il più bello, grande e magnifico che mai fosse stato fatto”. È un libro di pietra dove 40 artisti hanno intarsiato marmi preziosi per raccontare storie bibliche ed esoteriche.

Il mio consiglio: Se visitate la città tra fine giugno e ottobre, potrete vederlo completamente scoperto: è un’emozione che vale da sola l’intero viaggio.
Mentre camminate lungo la navata sinistra, troverete una porta che sembra un portale per un altro mondo. È la Libreria Piccolomini. Appena entrati, il contrasto tra il bianco e nero del Duomo e i colori accesi degli affreschi di Pinturicchio vi lascerà senza fiato. Sembrano dipinti ieri, invece hanno più di 500 anni. È qui che viene custodito il tesoro di Papa Pio II, ed è qui che la luce di Siena si fa pittura pura.
Uscite e girate intorno alla cattedrale per scendere verso il Battistero di San Giovanni. Qui il protagonista è il Fonte Battesimale, dove hanno lavorato giganti come Donatello e Jacopo della Quercia. Con la sua atmosfera magica in penombra, vi lacerà senza parole per la bellezza.

Un’ sorpresa è la Cripta: rimasta sigillata e dimenticata per sette secoli, è stata riscoperta solo nel 1999. I colori dei dipinti del Duecento sono rimasti intatti perché protetti dal buio e dai detriti. È il luogo più intimo e potente di tutto il complesso.
Mentre scendo dal Duomo, guardo bene i gradini del sagrato per vedere la Croce incisa. La leggenda narra che proprio qui il Diavolo, furibondo perché Santa Caterina gli strappava le anime con la preghiera, cercò di aggredirla. Finì malissimo per lui: fu respinto con tale forza da cadere rovinosamente, lasciando un marchio nella pietra che i senesi hanno poi “segnato” con quella croce per tenerlo lontano in eterno. Calpestate quel punto e sentirete la forza di questa terra.
Mentre cammino verso il Duomo, rallento in via del Refe Nero. Qui, se alzo lo sguardo verso i palazzi, Siena mi metterà alla prova con due enigmi di pietra che adoro raccontare.
La testa del Refe Nero: è appesa alla facciata di un palazzo e la leggenda popolare parla del “Refe Nero”, un sarto o un mercante di fili, appunto “refe” talmente avaro e astuto da essere rimasto letteralmente “pietrificato” nel tempo. E’ un monito silenzioso: la città osserva tutto, anche i vizi più nascosti.
La Sirena Bicaudata (a due code): poco distante, cercate tra i rilievi dei palazzi o i capitelli dei portoni la figura di una sirena con due code. È un simbolo medievale potentissimo e ambiguo, che rappresenta la doppia natura dell’uomo, diviso tra terra e mare, tra spirito e carne. Trovarla tra i mattoni rossi di una città di collina, così lontana dal mare, dà sempre un senso di mistero esoterico che rende Siena ancora più magnetica.

L’ultimo giorno lo dedico alla bellezza che rigenera con due luoghi speciali.
Scendo verso la valle di Fontebranda, per visitare in un luogo carico di un’energia silenziosa: il Santuario nato dalla casa natale di Caterina Benincasa.

La Santa dei “Popolani”: Caterina era la ventitreesima figlia di un tintore. Entrare nella sua casa significa capire la Siena del popolo. Mi piace perdermi tra i portici dei vari oratori (quello della Cucina è spettacolare) e osservare come la fede qui si sia trasformata in arte, con affreschi che raccontano la sua vita incredibile: una donna che nel Trecento scriveva ai Papi e ai Re per riportare la pace.
La “Camera” e il Cilicio: È possibile visitare il piccolo cubicolo dove la Santa dormiva sulla nuda terra, usando una pietra come cuscino. È un luogo che toglie il fiato per la sua semplicità estrema, circondato dallo sfarzo delle cappelle barocche costruite successivamente.
Il legame con San Domenico: Poco distante dalla casa, dovete assolutamente entrare nella Basilica di San Domenico. È qui che si conserva la reliquia della Sacra Testa di Caterina. Ma il dettaglio che preferisco è l’affresco del Sodoma che la ritrae in estasi: la sua figura sembra quasi fluttuare, un contrasto perfetto con la massiccia architettura gotica della chiesa.
Proprio ai piedi della casa di Santa Caterina si trova Fontebranda, la più antica e celebre fonte di Siena. Mentre ammiro le sue imponenti arcate gotiche, penso che persino Dante ne scrisse nella sua Commedia.

È un luogo d’ombra e di frescura dove un tempo i tintori lavoravano le stoffe e dove oggi si respira la forza del passato. Infatti mi sono fermata ad ascoltare lo scorrere dell’acqua: è il suono della Siena più vera e laboriosa.
Mi chiudo nella Pinacoteca Nazionale, famosa per la sua raccolta di dipinti “fondi oro” del Trecento e Quattrocento senese È un’esperienza mistica, un silenzio dorato che non trovi altrove.
Poi, mi infilo nel cortile di Palazzo Chigi Saracini. Se siete fortunati, sentirete le note di un violino uscire dalle finestre dell’Accademia Chigiana. È la colonna sonora perfetta per salutare la città tra pozzi monumentali e statue barocche.
Per l’ultima cena , vado a colpo sicuro: Osteria Papey. È un posto di contrada, schietto, dove è possibili degustare i piatti tipici senesi e non ci sono filtri, il vino scorre facile tra i racconti della giornata.
Se non avete voglia di girare da soli la città, potete prenotare un tour guidato che comprende anche la visita al Duomo con una bravissima guida che vi farà scoprire i segreti di Siena.
Se invece volete fare una tour del vino tra le colline del Chianti, potete prenotare questa bellissima gita nelle cantine con degustazione.
Per evitare le code, acquistate l’Opa Si Pass sul sito ufficial del Duomo. Se visitate la città durante la scopertura del pavimento (giugno-ottobre), la prenotazione online è vitale.
Per dormire ho prenotato il B&B I Tetti di Siena, perchè svegliarsi, aprire la finestra e vedere la il Duomo che sbuca il cielo tra i tetti rossi, ti lascia a bocca aperta.
Parlare di Siena senza citare il Palio è impossibile, ma attenzione: non chiamatelo mai “manifestazione turistica”. Il Palio è un rito ancestrale che si celebra ufficialmente due volte l’anno, il 2 luglio (Palio di Provenzano) e il 16 agosto (Palio dell’Assunta), ma che per un senese dura 365 giorni.
Siena è divisa in 17 Contrade ed ogni Contrada è un vero e proprio piccolo stato con i suoi confini, il suo museo, la sua chiesa e il suo popolo. Entrando nei vicoli, noterete spesso delle bandiere alle finestre o delle formelle in ceramica sui muri: indicano in quale territorio vi trovate.
Curiosità storica: Le Contrade nacquero nel Medioevo con scopi militari e amministrativi, ma oggi sono il collante sociale della città. Se vedete un gruppo di persone cenare in mezzo alla strada su lunghe tavolate, siete nel cuore di una festa di Contrada.

Durante i giorni del Palio, Piazza del Campo si trasforma. Viene ricoperta dal “tufo” (una miscela di terra e sabbia dal colore bruciato) per permettere ai cavalli di correre. La corsa in sé dura poco più di 90 secondi, ma la tensione che si respira nel momento della “mossa” (la partenza) è qualcosa che vibra nello stomaco anche di chi non è nato qui.
Il mio consiglio: Se non siete a Siena nei giorni del Palio, cercate comunque l’oratorio o il museo della Contrada in cui state passeggiando. Chiedete se è possibile visitarlo: è lì che sono custoditi i “Drappelloni” (i palii vinti), veri capolavori d’arte che raccontano secoli di vittorie e passioni.
Siena è un incantesimo di pietra ed orgoglio che aspetta solo di essere scoperto. Portate scarpe comode e occhi curiosi: la magia della conchiglia più bella del mondo farà tutto il resto.
NOTA FINALE:
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