Quasi tutte le persone cui con parlo mi confidano che il loro posto di lavoro non gli piace, perchè il capo è un tiranno, perchè si fanno sempre gli stessi discorsi, perchè nessuno viene valorizzato per quello che è, perchè manca la formazione, perchè bisogna fare straordinari, perchè alcuni lavori sono pagati metà in regola metà in nero, altri sono sottopagati e molte altre lamentele. Ma come si fa a fare un lavoro che piace?

LA SENSAZIONE CHE PRODUCE FARE UN LAVORO CHE PIACE

Anch’io ho vissuto anni in cui ero depressa, perchè lavoravo in un ambiente stressante, non venivo formata, ma abbandonata a me stessa e non valorizzata. Anni in cui le nozioni mi venivano spiegate in modo frettoloso e approssimativo, tralasciando sempre qualche particolare di modo che io non fossi mai totalmente autonoma, ma dipendessi comunque da qualche collega per avere ulteriori dettagli. Anni in cui cercavo di svolgere la mia mansione al meglio, cercando di imparare la cose da sola, perchè stufa di chiedere aiuto a qualcun altro, sbagliando e riprovando fino a che quell’aiuto lo dovevo per forza ottenere, perchè erano nozioni che si potevano imparare solo in azienda.

Uno stress che è cresciuto piano piano, giorno dopo giorno e che da un certo punto in poi non ho saputo più gestire da sola ed ho dovuto chiedere aiuto ad una professionista che mi ha aiutato a limitare il burnout in cui era sprofondata senza quasi accorgermene e a non finire in un esaurimento nervoso vero e proprio.

Ma c’è stato un periodo invece in cui ho svolto la professione per cui sono nata: la regista televisiva e vi assicuro che era un lavoro che mi piaceva molto.

Un anno dopo la mia laurea in dams sono riuscita a lavorare come assistente alla regia in una casa di produzione televisiva, che realizzava un programma di storia.

Ancora mi ricordo, la sensazione di felicità con cui mi svegliavo ogni mattina, con la voglia andare al lavoro, perchè sapevo che avrei imparato qualcosa di nuovo e perchè adoravo i miei colleghi che erano sempre disposti a spiegarmi ed aiutarmi, consci dal fatto che formarmi sarebbe stato il metodo giusto per aiutare tutta la produzione e rendermi autonoma in caso di necessità.

Ma perchè ero così sicura che quello fosse il lavoro adatto per me? Qual era la sensazione più forte che ho provato in quel periodo? Qual era l’aspetto della professione che mi rendeva così felice? Cosa ho provato a fare un lavoro che piace?

La sensazione più emozionante era arrivare presso gli studi televisivi e salire le scale per entrare in regia. Abbandonare temporaneamente tutti i problemi e i pensieri, lasciare fuori la luce per essere accolti dal buio, che esaltava i colori dei monitor accesi.

E poi iniziava la magia. Si accendevano le telecamere in studio, gli ospiti della puntata iniziavano a prendere posto, si fornivano le ultime istruzioni ai cameraman sulle inquadrature, sulle luci, si provava l’audio dei microfoni, gli ultimi consigli e poi si andava in in onda.

Nella stanza silenziosa si sentivano solo più le parole della regista: “Camera 1 stringi sul conduttore”, “Camera 2 spostati dal pubblico all’ospite”, “Camera 3 fai un primo piano sull’ospite”, “Camera 4 ritorniamo sul totale” e poi risuonava la mia voce: “Manca 1 minuto al servizio esterno”, ”-3, -2, -1, contributo in onda”. Tutto questo per due ore e poi d’improvviso, il silenzio, la puntata finiva Allora si scendeva in studio per ringraziare il conduttore, gli ospiti e fare due chiacchiere.

Fare un lavoro che piace

Quella sensazione di trovarsi in una regia televisiva, decidere i dettagli da mandare in onda, le inquadrature, le luci, le musiche, non sembrava neanche un lavoro, ma una festa giornaliera.

Ecco come io percepivo il lavoro per cui sono nata: con gioia ed emozione e poi con il grande orgoglio di vedere il prodotto confezionato tutti insieme, senza litigare o cercare di smollare il lavoro ad un altro per non accollarsi competenze. Il contributo di ognuno per creare qualcosa che sarebbe andato in onda e sarebbe stato guardato da migliaia di persone. Un gioco di squadra che ci rendeva amici anche fuori dall’orario di lavoro, perchè eravamo appassionati di televisione e affamati di cultura.

Purtroppo questo meraviglioso periodo è finito e io mi sono ritrovata presto in un baratro da cui con difficoltà sono riuscita ad uscire, viaggiando e poi accettando un lavoro che nulla aveva a che fare con la mia formazione, la mia persone ed i miei interessi. Ma ho dovuto accettare, perchè se no sarei rimasta disoccupata e non potevo permetterlo.

Matematica

Sono stata assunta in un’azienda aeronautica. Niente di più lontano dal mondo culturale e televisivo che io amavo tanto. Ma grazie alla mia forza di volontà e – permettetemelo – intelligenza, sono riuscita ad imparare un lavoro che poco aveva a che fare con la creatività e molto con la matematica. Pensate che in quella materia a scuola ho sempre dovuto penare per raggiungere la sufficienza e le professoresse non hanno mai creduto in me, asserendo che per la matematica non ero proprio portata.

Ma dopo ben 5 anni trascorsi in multinazionali tra calcoli, voglia di farcela e sforzandomi costantemente per essere la migliore, ho capito che se una persona nasce tonda, non può morire quadrata ed anche se con il tempo ti costringi a dimenticarti quello che sei e a farti piacere un lavoro per il quale non sei nata, arriva sempre il giorno in cui qualcosa o qualcuno ti farà ricordare quello che eri e che sei ancora e lentamente ti svegli come da un brutto sogno e inizi a lottare per stracciare i lacci che ti hanno incatenata per tanto tempo e qui arriva il burnout, ovvero la stress da lavoro e la voglia di mollare tutto per realizzare la tua passione, il lavoro per cui ogni mattina ti svegli felice, che ti regala ogni giorno la motivazione per migliorare ed impegnarti ancora di più nelle realizzazione del tuo obiettivo.

COSA CI IMPEDISCE DI FARE UN LAVORO CHE PIACE?

Ma ho una domanda da porvi: “Perché i datori di lavoro assumono “raccomandati” a cui non importa nulla di fare qual lavoro, perchè sicuramente sono nati per un’altra professione a cui non riescono ad accedere oppure prendono persone che non sono appassionate dell’ambito per cui si candidano? Perchè non si assumono ragazzi che hanno studiato per un determinato lavoro e ne sono veramente appassionati? Al diavolo la raccomandazione, perché se quel lavoro ti ossessiona e sei nata o nato per quello, imparerai in fretta e lo farai sicuramente bene.
Ed invece continuiamo a vivere in una società per lo più di
insoddisfatti, persone che accettano un lavoro che non gli piace perché non c’è altro, anche se non le gratifica e sembrano degli automi senza più gioia né sorrisi, un popolo di zombie pronti solo a lamentarsi e ad aspettare ossessivamente il weekend per stare con la famiglia o praticare i propri hobbies ed attendere con ansia per tutto l’anno i 15 giorni delle vacanze estive.
Quando si
cambierà mentalità e modo di pensare? Quando si capirà che se un una persona lavora con gioia e passione, allora metterà tutto se stesso in quello che fa e non ci saranno più pesi da sopportare e vacanze da aspettare? Non ci saranno più persone che si lamentano di continuo che il capo è un tiranno, che la paga è misera e che quel lavoro è frustrante. Tutti si impegneranno ancora di più per onorare quello che fanno, perché si sentiranno soddisfatti e grati e il mondo sarà di gran lunga migliore.

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