Forse non tutti sanno che Charles Bukowski scrisse una lunga lettera contro l’etica del posto fisso. Ma capiamo meglio da dove è nata questa esigenza di scagliarsi contro un tema così attuale.

La maggioranza dei grandi autori prima di diventare degli scrittori riconosciuti, per mantenersi, hanno dovuto svolgere lavori umili o frustranti. Uno dei più famosi è stato Charles Bukowski che riuscì a diventare uno romanziere a tempo pieno solo all’età di 49 anni grazie a John Martin proprietario di una piccola casa editrice, che gli propose di lasciare il suo lavoro presso un ufficio postale e scrivere per lui con una paga di 100 dollari al mese. Così dopo poco tempo riuscì a terminare il suo primo romanzo.

Solo dopo 17 anni Bukowski, per ringraziarlo, scrisse una lettera all’editore che ebbe fiducia in lui e lo portò al successo con il libro: “Post Office” la storia di Harry Chinasky, un postino ubriacone di Los Angeles con la passione per le corse dei cavalli.

CHARLES BUKOWSKI MACCHINA DA SCRIVERE

Bukowsky scrisse una lettera contro l’etica del posto fisso pubblicata nel volume “Reach for the Sun: Selected Letters 1978-1994” nella quale lo scrittore al culmine del successo, intonò un vero e proprio inno contro la vita insensata a cui porta un lavoro che non è in linea con i propri sogni e la paura dell’avvenire da disoccupati. Una lettera di una modernità sconcertante: sembra scritta oggi, ma risale invece alla fine degli anni’80. Infatti questo elaborato non ha bisogno di commenti, è l’esatta descrizione di una generazione di lavoratori sottomessi, che non ha né il coraggio né la voglia di ribellarsi e riscattarsi, che può essere paragonata a quella odierna.

Ma vediamo nel dettaglio cosa scrive nel dettaglio Charles Bukowski contro l’etica del posto fisso.

Cliccate sul link per leggere la lettera originale che scrisse l’autore.

Lettera di Charles Bukowski contro l’etica del posto fisso

Ecco cosa ha proclamato Charles Bukowski contro l’etica del posto fisso. Sembra strano che tutto questo sia stato scritto tanto tempo fa, perché rispecchia fedelmente la situazione odierna. Negli anni purtroppo abbiamo perso il potere di contrattazione lavorativa che avevano acquisito i nostri genitori dopo tante lotte operaie.

I lavoratori non hanno più la voglia di combattere per i loro diritti e così sembrano tanti soldatini che accettano ogni sorta di ricatto pur di stare tranquilli. Per questo le aziende se ne approfittano offrendo salari minimi, orari che vanno ben oltre le otto ore giornaliere e ci stanno quasi portando ad una condizione di semi-schiavitù, che ha raccontato così bene Bukowski. Oggi, vista la fame di lavoro che la società consumistica produce, per avere un lavoro a tempo indeterminato si accetta di tutto. Per non parlare poi di contratti in nero, a progetto, a chiamata e chi più ne ha più ne metta, senza più tutele né garanzie. Ormai sembriamo tante pecore chiuse in gabbia, che hanno smesso di anelare alla libertà. Ma la cosa peggiore è che piano piano ci stiamo abituando alla condizione di schiavi moderni.

Quindi forse aveva ragione Charles Bukowski nella sua lettera contro l’etica del posto fisso. Solo coloro che veramente hanno grinta, passione e coraggio lasciano quella condizione di gregge e aprono delle attività in proprio. Coloro che ci riescono raccontano la loro impresa con gioia, orgoglio e soprattutto proferiscono a gran voce e chiare lettere che mai più ritorneranno in quella condizione di malessere perenne, alle dipendenze di qualcuno che impartisce ordini, sentendosi onnipotente ed autorizzato a far sentire chi sta sotto di lui inadeguato o frustrato. Ma in realtà il potere di un capo è effimero, perché sempre sottomesso al capo che sta sopra di lui, come in una piramide in cui il vero potere è diviso tra i pochi che, furbescamente, delegano attività per avere meno responsabilità e prendersi solo i meriti.

In questa ottica è logico che gli impiegati si sentano perennemente insoddisfatti, tanto da arrivare a cercare di sopportare ad oltranza un lavoro che non fornisce più soddisfazioni o nuovi stimoli, solo per arrivare più in fretta possibile alla pensione.

Quindi cerchiamo, se possibile, di riprendere in mano la nostra vita lavorativa, analizzando le skills accumulate negli anni, usandole per cercare nuove aree all’interno dell’azienda per proporci, se vogliamo continuare a lavorare nello stesso ambito.

Se invece non siamo più soddisfatti del nostro lavoro da dipendenti, non lasciamoci sopraffare dalla paura o dal timore del futuro e non lasciamoci influenzare dalla società che ci scoraggia e che etichetta coloro che vogliono cambiare come dei folli in cerca di fallimento. Non è assolutamente così. Solo chi ha il coraggio di aprire la mente e contemplare visioni più ampie, riuscirà a capire quali sono le sue reali aspirazioni, cercando di dare  vita ad un’attività che veramente lo rispecchi, della quale essere soddisfatto, orgoglioso e felice e che eviti di produrre un’insoddisfazione cronica lavorativa.

Tutto questo se ci impegniamo e ci crediamo veramente, può diventare realtà.

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